Economia

Ecco chi ripulisce le banche italiane dagli asset tossici

Sono pochi, ma determinati. Sono i fondi e gli istituti di credito che comprano crediti dubbi dal sistema bancario italiano. Una scommessa? Non troppo

Il male della banche italiane prende il nome di Non-performing loan, o Npl. Un idioma anglosassone che definisce tutti quei crediti erogati che sono, per un verso o per l’altro, inesigibili. Crediti dubbi, sofferenze, incagli. Sono questi i Npl. E sono il macigno maggiore per gli istituti di credito italiani. A luglio erano circa 166 miliardi di euro, secondo i dati dell’Associazione bancaria italiana (Abi). Ma il numero sta salendo sempre più. Una soluzione, tuttavia, sta arrivando e, ironia della sorte, arriva proprio dalla City londinese tanto vituperata dai politici italiani. 

In luglio i Non-performing loan sono stati pari a 166 miliardi di euro Associazione bancaria italiana

Come agire con i Npl

Saranno anche deteriorati, ma certi tipi di crediti fanno gola a chi ne sa cogliere il vero valore. Comprare a poco, ristrutturare, rivendere a un prezzo più elevato. Il trucco, per gestire i grossi pacchetti di Npl, è quello di avere pazienza e lungimiranza. Bisogna controllare i tassi di default di ogni singolo Paese e cercare di cogliere, in base a modelli matematici, a che punto si trova il ciclo economico dell’area in questione. Se il punto più basso è stato raggiunto, allora è il momento di comprare. La gestione dei crediti dubbi, poi, è un’operazione tanto delicata quanto difficile. Bisogna negoziare con il creditore e dargli spazio per rientrare, altrimenti tutto lo sforzo compiuto nell’acquisizione dei pacchetti di Npl sarà vano. 

 


Chi opera in Italia?

A operare in questo settore sono in pochi. In Italia, forse il più grande soggetto è Banca IFIS, fondata nel 1983 da Sebastien Egon Fürstenberg e guidata da Giovanni Bossi. Più le normali banche vanno in crisi coi crediti incagliati, più IFIS interviene. Compra grossi pacchetti di Npl da colossi come UniCredit, negoziando al ribasso e proponendosi come market maker de facto. Del resto, si tratta solo di domanda e offerta. Il suo portafoglio di asset creditizi facenti riferimenti alle famiglie italiane vale circa 5,4 miliardi di euro. E poche settimane fa ha completato l’ultima acquisizione di questa classe, la più grande della sua storia, per un controvalore di 1,263 miliardi di euro.

I Non-performing loans rimarranno elevati per diverso tempo Banca d'Italia

Chi opera all’estero?

I crediti dubbi, tuttavia, più che agli istituti di credito italiani fanno gola alle società estere. Nello specifico, in tanti sono basati a Londra. Fra questi, l’ultimo in ordine temporale è Algebris, fondato da Davide Serra, che ha lanciato nei giorni scorsi Algebris NPL Fund 1, un fondo di diritto lussemburghese con capitali per circa 400 milioni di euro e dedicato agli investitori istituzionali. Obiettivo dichiarato? Avere un rendimento annuo compreso fra il 15% e il 18% grazie ai Npl immobiliari residenziali, circa il 40% del totale dei crediti dubbi presenti nel sistema italiano. Ma quello di Algebris non è che uno dei tanti. Ci sono anche Ares Management, Apollo Global Management, Cerberus Capital Management, Fortress, Lone Star Group, Sankaty Advisors. Nomi che al grande pubblico potranno anche dire poco o nulla, ma che per gli addetti ai lavori rappresentano dei professionisti nella gestione dei crediti deteriorati. 

I Npl nei Paesi dell’eurozona periferica possono essere una eccellente opportunità Nordea


La grande attesa degli istituti italiani

I fondi hedge internazionali hanno messo gli occhi sui Npl in pancia alle banche italiane e queste ultime non attendevano altro. Infatti, dopo gli stress test della Banca centrale europea (Bce), l’urgenza è quella di ripulire ancora, e in modo pressoché duraturo, i bilanci. Per farlo ci possono essere tre vie: consolidarsi con altri soggetti, creare una bad bank nella quale inserire gli asset peggiori (come fatto dalle banche iberiche, ndr) oppure vendere pacchetti di asset deteriorati a terzi. È quest’ultima la strada che stanno intraprendendo gli istituti di credito italiani. Cedono asset a chi ha la possibilità di gestirli in modo più specifico e a chi è in grado di mitigare le eventuali perdite sui singoli portafogli.

Abbassare il livello di Npl è funzionale alla ripartenza delle erogazioni di credito Banca centrale europea

I benefici per l’economia reale 

L’interesse dei fondi internazionali per i Npl delle banche italiane potrebbe avere un effetto benefico immediato. Per ovviare ai problemi di accesso al credito delle piccole e medie imprese nell’area euro periferica, la Bce ha lanciato le Targeted longer-term refinancing operation (Tltro), operazioni di rifinanziamento a lungo termine mirate, e il programma di acquisto dal mercato secondario di covered bond, Asset-backed security (Abs) e Residential mortgage-backed security (Rmbs), titoli cartolarizzati. Eppure, secondo gli ultimi dati presenti sui database dell’istituzione guidata da Mario Draghi, gli effetti positivi sui tassi d’interessi applicati dalle banche alle Pmi, almeno in Italia, non si sono ancora visti. Le azioni della Bce non sono abbastanza incisive. Non è una questione di liquidità sistemica, che abbonda, bensì di altro. Secondo la maggioranza degli investitori internazionali, la colpa è relativa alla mole di incagli che appesantisce i bilanci degli istituti di credito. Prima diminuiscono, prima potranno essere riaperti i cordoni della liquidità, prima le imprese potranno tornare a respirare. 

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