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Economia

Reddito di cittadinanza, spiegato

Nel dibattito politico spesso il tema viene analizzato in modo improprio. In una sorta di vademecum facciamo chiarezza su cosa prevede e ciò che esclude

Qualche tempo fa avevo scritto che, stante la completa assenza di idee politiche nuove, la prossima campagna elettorale sarebbe stata dominata dal dibattito sul cosidetto reddito di cittadinanza o reddito di base.

Non pensavo, però, che questo sarebbe accaduto così presto, ovvero un anno prima della data del voto. E invece basta ascoltare la radio, guardare la tv, navigare su internet o leggere i giornali per rendersi conto che ci siamo già dentro in pieno. Da alcune settimane un po' tutti ne parlano.

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L'idea di un reddito di cittadinanza, lanciata dal Movimento 5 stelle fin dal 2013, subito dopo le passate elezioni, ormai tiene banco un po' in tutte le forze politiche.

Ne parla il Pd, tramortito dalla scissione e alla ricerca di slogan efficaci in vista delle imminenti elezioni politiche.

Ma ne parlano anche dalle parti di Forza Italia, dove circolano cifre (10 miliardi l'anno) e strumenti (la cosiddetta imposta negativa sul reddito). Né mancano le proposte provenienti dalla società civile, come quelle del Reis (Reddito di inclusione sociale), promossa dalle Acli e da decine di altre associazioni, per lo più appartenenti al cosiddetto Terzo settore.

Tutti pazzi per il reddito di cittadinanza, dunque? Proprio per niente. Il bello è che nessuna, ma proprio nessuna, delle proposte che partiti e forze politiche si affannano a denominare "reddito di cittadinanza" corrisponde a un vero reddito di cittadinanza. Anzi, nella maggior parte dei casi ne rappresenta l'esatto contrario. Curioso. Se c'è un'espressione su cui tutti gli esperti e gli studiosi di scienze sociali concordano, se c'è un'espressione su cui non si assiste mai a sterili controversie terminologiche, perché tutti la intendono nello stesso modo, è proprio l'espressione reddito di cittadinanza, un'idea che risale a oltre un secolo fa ma che è tornata di grandissima attualità fin dagli anni '80, quando sorse un movimento di pensiero a suo favore (guidato dal filosofo belga Philippe von Parijs), e venne fondato il Bien (Basic income european network, oggi ribattezzato Basic income earth network).

Che cos'è il reddito di cittadinanza?
È un reddito che lo Stato corrisponde a tutti i suoi cittadini, ricchi e poveri, su base individuale e non familiare, dalla nascita o dalla maggiore età, senza alcuna restrizione, obbligo o contropartita. Detto in altre parole, è un sostegno permanente e incondizionato, che proprio perché viene erogato a tutti e senza chiedere nulla in cambio, non richiede di mettere in piedi un apparato di amministrazione, controllo, monitoraggio dei beneficiari. Ebbene, molto si può discutere sui meriti e demeriti delle varie proposte messe in campo in Italia da partiti e associazioni, quasi sempre presentate come forme di reddito di cittadinanza, ma su tre punti c'è perfetta sintonia: in tutte le proposte il sussidio, o sostegno (espressione più raffinata e politicamente corretta), il reddito che si intende attribuire non è destinato a tutti (ma solo ai poveri), è determinato su base familiare (anziché individuale), e prevede precise contropartite (non è incondizionato).

In breve: è l'esatto contrario del reddito di cittadinanza. Da questo punto di vista, il massimo di bisticcio con la lingua italiana è offerto dal Movimento 5 stelle, che per giustificare il titolo del suo disegno di legge sul reddito di cittadinanza di fronte a chi giustamente criticava la scelta di un termine così fuorviante, non ha trovato di meglio che rispondere: la nostra è una proposta di "reddito di cittadinanza condizionato", come non sapessero che, per definizione, il reddito di cittadinanza è incondizionato, altrimenti è un'altra cosa, che in tutta Europa viene chiamata, più prosaicamente, "reddito minimo".

Ma quali sono le differenze fra le varie proposte di reddito minimo?
Fondamentalmente sono cinque. Primo. La quantità di risorse stanziate, che va da un minimo di 1-2 miliardi l'anno (governo Renzi), a un massimo di 15-20 (5 Stelle e Sel).

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Secondo. La percentuale di famiglie o di individui beneficiari, che varia ovviamente in funzione delle risorse stanziate, ma anche a seconda degli importi e della durata. A questo proposito vale la pena osservare che il concetto di povertà è così elastico che, a seconda di come lo si definisce, si può passare dal 7 per cento degli individui (povertà assoluta) al 29 per cento (rischio di povertà o di esclusione sociale), passando attraverso le platee intermedie del 14 (povertà relativa) e del 20 (rischio di povertà relativa).

Terzo. Le condizioni di accesso e di mantenimento del sussidio, che possono essere più o meno severe, potendo comportare l'obbligo di cercare attivamente un lavoro, di seguire corsi di formazione, di accettare proposte di lavoro retribuito, di erogare lavoro gratis in attività socialmente utili.

Quarto. La complessità (e il costo) dell'apparato di amministrazione, sorveglianza, formazione messo in campo per gestire i beneficiari. Un indicatore assai significativo in proposito è la quota delle risorse stanziate che non va in tasca ai poveri, ma a coloro che dei poveri stessi dovrebbero occuparsi, tipicamente tecnici, impiegati, assistenti sociali, formatori ed esperti, tutte figure appartenenti al ceto medio. Fra le varie proposte in campo, quella che meno concede agli apparati di controllo è l'imposta negativa (caldeggiata da Forza Italia), mentre quella che dirotta la quota maggiore di risorse alla macchina dell'inclusione sociale è quella dell'Alleanza contro la povertà (i proponenti del Reis), come del resto è comprensibile visto che occuparsi del disagio sociale è il mestiere, più o meno volontario e più o meno retribuito, di tante fra le associazioni che propugnano il "reddito di inclusione sociale".

Quinto. L'incentivo a cercare e trovare lavoro, che è fortemente compromesso dalla prospettiva di perdere in parte o in tutto il sussidio. Questo, in realtà, è il tallone di Achille di un po' tutte le proposte, perché tutte (tranne, in parte, quella dell'imposta negativa) di fatto rendono alquanto conveniente non lavorare, o lavorare in nero, una scelta che i recenti dati sulle dichiarazioni dei redditi (straordinariamente basse rispetto a quel che ognuno di noi vede a occhio nudo) mostrano essere tutt'altro che teorica.

Che fare, dunque?
Il mio consiglio è di fare come si fa (o si dovrebbe fare), quando si fa un investimento finanziario: "leggere attentamente il prospetto informativo", senza lasciarsi sedurre dalla pubblictà ingannevole dei proponenti.

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