Economia

I punti di contatto del programma economico del M5S con Pd e Lega

Sintonia con Salvini sulle pensioni e il lavoro. Possibili intese col Partito Democratico sul salario minimo e Reddito di Cittadinanza

Grillo-m5s

Andrea Telara

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Lega, Partito Democratico o nessuno dei due? La maggioranza dei voti è andata alla coalizione di centrodestra ma, nelle elezioni politiche 2018, il primo partito è il Movimento Cinque Stelle. Se il suo leader Luigi Di Maio vuole giocarsi qualche carta per diventare premier, deve per forza di cose cercare i voti della Lega di Matteo Salvini o del Partito Democratico, dopo le dimissioni del segretario Matteo Renzi. Ma si tratta davvero di due prospettive credibili? Ecco, di seguito, quali sono i possibili punti di contatto nel programma economico dei 5Stelle con quelli di Lega e Pd.


Le sintonie possibili con la Lega


La sintonia più forte tra il movimento guidato da Di Maio e la Lega di Matteo Salvini può esservi senza dubbio sui temi previdenziali. Entrambe le forze politiche sono infatti intenzionate a rottamare la Legge Fornero, la riforma delle pensioni approvata nel 2011 dal governo Monti (che ha innalzato di colpo a 66-67 anni l’età del pensionamento di vecchiaia). Più distanti sono invece le posizioni sul fisco: la Lega vuole infatti la Flat Tax, cioè un’imposta sui redditi personali con una sola aliquota del 15%. Il Movimento 5 Stelle è favorevole invece soltanto a un riordino delle aliquote irpef, con tre diversi prelievi: 23% per la fascia di redditi tra 10mila e 28mila euro annui, 37% tra 28mila e 100mila euro e 42% sopra i 100mila euro.

Per quanto riguarda i temi del lavoro, sia la Lega che i 5 Stelle sono favorevoli all’introduzione di un salario minimo legale e all’abolizione o al ridimensionamento delle aperture domenicali dei negozi. Entrambe i movimenti vogliono mandare in soffitta il Jobs Act, l’ultima riforma del welfare del governo Renzi, e reintrodurre anche per i nuovi contratti di assunzione il vecchio articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che obbliga le aziende con più di 15 addetti a reintegrare nell’organico un dipendente, quando è stato licenziato ingiustamente. La reintroduzione dell’articolo 18 è stato un vero e proprio cavallo di battaglia dell’M5S mentre la posizione della Lega è più sfumata.


…e quelle con il Pd


Sui temi economici c’è davvero poca sintonia tra il movimento guidato da Luigi Di Maio e il Partito Democratico. Soltanto se il gruppo dirigente che fa capo a Matteo Renzi se ne andrà, sarà possibile per il Pd digerire una revisione del Jobs Act, visto che l’ultima riforma del lavoro è una creatura nata quasi interamente in seno al Partitpo Democratico. Molto difficili anche le intese in materia di pensioni. Il Pd non è contrario a priori ad ammorbidire la Legge Fornero ma non vuole certo rottamarla. Non a caso, i governi Renzi e Gentiloni hanno tentato di abbassare l’età pensionabile inventandosi la soluzione creativa dell’Ape, un prestito previdenziale che consente di ritirarsi dal lavoro a 63 anni senza però gravare sui conti pubblici.


Qualche possibile intesa ci può essere su altri temi come l’istituzione di un salario minimo: sia il Pd che i 5stelle sono infatti favorevoli. Per quel che riguarda il welfare, invece, il Partito Democratico non vede di buon occhio il Reddito di Cittadinanza proposto dal movimento guidato da Luigi Di Maio. Tuttavia, una soluzione di compromesso potrebbe essere trovata trovando dei punti di contatto tra lo stesso Reddito di Cittadinanza e il Reddito d’Inclusione sociale, il sussidio contro la povertà introdotto lo scorso anno dal governo Gentiloni (ma finanziato con ancora troppo pochi soldi, cioè con non più di 2 miliardi di euro annui).

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