Economia

Prezzo del petrolio, cosa cambia con il fallimento dei negoziati di Doha

Per il greggio si attende una fase di debolezza prolungata, forse fino alla fine del 2017

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Andrea Telara

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Un calo di oltre due punti fino a 42 dollari al barile. Sono le performance odierne, molto negative, registrate dal prezzo del Brent, il contratto future sul greggio del Mare del Nord. Non è andata meglio per il Wti, l'altro contratto sul petrolio scambiato sui mercati internazionali, che cede a fine pomeriggio oltre due punti e mezzo percentuali, toccando il livello di circa 40.5 dollari al barile.

Trovare una spiegazione al calo di oggi delle quotazioni dell'oro nero non è difficile. Tutta la colpa è del fallimento del summit di Doha tra i 16 principali paesi esportatori di petrolio (quelli aderenti all'Opec e quelli che non ne fanno parte).

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L'obiettivo dei negoziati era arrivare a un taglio alla produzione di greggio, in modo da sostenere i prezzi che oggi restano attorno ai 40 dollari al barile, un livello ben più basso delle medie storiche, dopo aver toccato un minimo attorno a 28 dollari nella prima parte dell'anno. Il summit si è concluso però in un nulla di fatto perché l'Arabia Saudita si è rifiutata di tagliare la produzione, visto che l'Iran (rientrato da poco nel novero dei grandi esportatori di greggio dopo la fine dell'embargo) si rifiuta di fare altrettanto.

Dove va il barile

Dopo il fallimento dei negoziati , ci si chiede ovviamente quale sarà l'andamento del prezzo del greggio. “È probabile che avremo uno scenario prolungato di debolezza dei prezzi”, dice Alessandra Lanza, partner della società di consulenza Prometeia che, seppur in uno scenario di forte volatilità, prevede una risalita del barile attorno a 60 dollari, non prima della fine del 2017. Chi ha investito nel greggio quando le quotazioni erano ancora molto alte, dunque, dovrà attendere molto tempo prima di recuperare le perdite.


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Tutto sta nel capire quali sviluppi prenderà la partita geopolitica su scala globale dove è in corso una guerra a distanza tra i paesi Opec e gli Stati Uniti. Oggi, infatti, gli americani lavorano intensamente per difendere l'industria dello shale oil , che produce petrolio grazie alla frantumazione degli scisti argillosi. Grazie allo Shale Oil, gli Usa si avviano a raggiungere la tanto agognata indipendenza energetica, diventando i primi produttori mondiali di gas e petrolio.

Per stare in piedi, tuttavia, il business ha bisogno di un prezzo del petrolio non troppo basso. Altrimenti, gli investimenti di molte aziende che usano questa tecniche estrattive rischiano di non essere più sostenibili. Per questo, molti paesi Opec non sono così ansiosi di alzare il prezzo del greggio, avendo come fine non dichiarato quello di mettere i bastoni tra le ruote alle aziende americane.


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“Finora”, dice Lanza, “molti produttori di shale oil sono riusciti a sostenere anche un prezzo del greggio molto basso, recuperando margini di profitto tramite una riduzione dei costi”. Bisogna capire, però, fino a quando potranno reggere una quotazione del greggio così bassa. Dal punto di vista teorico, un petrolio a 30-40 dollari al barile è insostenibile per le aziende dello shale oil. Tuttavia, Lanza non esclude affatto che in futuro gli Stati Uniti scelgano addirittura di sussidiare questo settore, per non rinunciare all'obiettivo di raggiungere l'indipendenza energetica. La geopolitica, insomma, spesso conta più delle logiche del libero mercato.


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