La povertà si combatte con la redistribuzione del reddito

In tempo di crisi e di crescita rallentata, per estirpare la miseria va ridotta la disuguaglianza

Indiani alla ricerca di qualcosa di riciclabile in una discarica di Hyderabad (Credits: NOAH SEELAM/AFP/Getty Images)

Claudia Astarita

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Qualche giorno fa un articolo di The Economist ha giustamente ricordato gli enormi passi avanti fatti nel campo della lotta alla povertà negli ultimi vent’anni. Sottolineando che tra gli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio che nel 2000 gli stati membri delle Nazioni Unite si erano impegnati a raggiungere entro il 2015, quello di dimezzare la povertà estrema è stato uno dei pochi impegni effettivamente rispettati. 

Un risultato, questo, che ha portato i più ottimisti a immaginare che basteranno solo altri quindici anni per riuscire a eliminarla del tutto. Utopia? Sicuramente sì, purtroppo. E non solo per pessimismo, ma perché sono i dati a confermarlo.

Nel 1990 il 43% della popolazione dei paesi in via di sviluppo viveva in condizioni di massima povertà, definita allora dalla soglia del dollaro al giorno. In valori assoluti, si trattava di 1,9 miliardi di persone. Vent’anni dopo, e con una soglia alzata a 1,25 dollari al giorno, i poverissimi corrispondono al 21% della popolazione di questi paesi, 1,2 miliardi di persone in tutto. Quindi percentualmente il tasso è stato dimezzato, in valore assoluto no. Se questo è vero, perché non possiamo aspettarci di sradicare del tutto la povertà in altri vent’anni?

Barack Obama lo ha promesso a febbraio, il Presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim ad aprile, e all’interno delle Nazioni Unite sono sempre di più i paesi dello stesso avviso. Possibile che abbiano fatto tutti male i conti? O che abbiamo improvvisamente dimenticato che siamo stati tutti colpiti dalla crisi economica e il numero di poveri e poverissimi aumenta, anziché diminuire?

No, non sono questi i problemi, e in ogni caso va considerato che Obama e Jim Yong Kim non sono certo i primi ad aver promesso risultati che mai verranno ottenuti. Perché è dai tempi di Lyndon Johnson, quindi dagli anni ’60, che i grandi del pianeta ritengono di trovarsi nella “condizione perfetta” per permettere al mondo di affrancarsi dalla miseria. 

Quello che dovremmo chiederci, quindi, non è tanto entro quando i poveri non esisteranno più (anche perché non si può negare che tra vivere con un dollaro e un dollaro e mezzo non c’è poi tutta questa differenza), ma se il pianeta riuscirà, in un momento in cui la crisi economica ha colpito anche le nazioni in via di sviluppo, a evitare di fare qualche pericoloso passo indietro. La povertà nel Terzo Millennio non può più essere combattuta solo con la crescita, ma va affiancata da una seria campagna conto la disuguaglianza. Che colpisce sia i paesi in via di sviluppo sia quelli ricchi.  

Ancora una volta, possiamo affidarci ai numeri per confermare questa teoria. Negli ultimi vent’anni il vero motore della lotta alla povertà è stato la crescita: 8% di media in Estremo Oriente, 7% in Asia del Sud e 5% in Africa. Considerando che una crescita dell’1% del reddito pro capite corrisponde a una riduzione della povertà dell’1,7%, è facile giustificare i risultati straordinari già descritti. La crescita, però, non è in grado di assicurare da sola l'affrancamento dalla miseria. Alcune elaborazioni realizzate sulla base dei dati relativi al periodo 1990-2010 dimostrano infatti che la crescita ha contribuito al 60% alla lotta alla povertà, l’altro 40 è stato debellato grazie ai miglioramenti nella distribuzione del reddito. Non solo: le statistiche provano che nei paesi in cui il livello di disuguaglianza è più basso, la lotta alla povertà è nettamente più efficace. Nei paesi in cui la disuguaglianza è la regola un aumento del reddito dell’1% si trasforma in una riduzione dello 0,6% del tasso di povertà. In quelli più virtuosi del 4,3%.

Partendo dal presupposto che debellare la miseria globale non significa aprire all’intera popolazione del pianeta le porte della classe media, va riconosciuto che qualsiasi risultato ottenuto in questa difficile battaglia va apprezzato. E dal momento che oggi nessun paese può più contare sui tassi di crescita strabilianti registrati fino a qualche tempo fa, Obama e gli altri farebbero bene a concentrarsi sulla lotta alla disuguaglianza se vogliono mantenere, almeno in parte, le loro promesse.

 
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