Economia

Petrolio, perché il prezzo è sceso così in basso

Le quotazioni del greggio vengono tenute volutamente basse dall'Arabia Saudita, per stroncare la concorrenza dei produttori americani

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Andrea Telara

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Una leggera risalita di pochi decimi di punto percentuale. E' l'andamento odierno dei prezzi del petrolio, secondo le quotazioni dei contratti futures più negoziati sul mercato: il Brent del Mare del Nord, che oggi è attorno a 40 dollari al barile, e il Wti americano, che veleggia poco sotto i 38 dollari. Il mini-rimbalzo dell'oro nero non cambia però gli scenari sul mercato dove ormai molti analisti si attendono di vedere dei prezzi molto deboli anche per tutto il 2016. Nell'ultimo anno, sia il Brent che il Wti hanno perso quasi il 50% e chi spera adesso di rivedere le quotazioni sopra i 60 dollari dovrà armarsi di molta pazienza e aspettare parecchio tempo, almeno a sentire diversi esperti delle case d'affari. Per quale ragione? La risposta, più che nelle dinamiche della domanda e dell'offerta della materia prima sul mercato, è negli scenari geopolitici che ruotano attorno al Medio Oriente e all'intera sfera terrestre.


La caduta del prezzo del petrolio e la questione del fracking


Le quotazioni del greggio, infatti, sono deboli da mesi e sono letteralmente colate a picco venerdì scorso, dopo la riunione dei vertici dell'Opec, il cartello dei maggiori paesi produttori di petrolio. Il summit si è chiuso in un nulla di fatto poiché i paesi esportatori si sono mostrati divisi e hanno deciso di non tagliare la produzione di greggio, come invece hanno fatto più volte in passato, quando c'era bisogno di di fermare la discesa dei prezzi. Questa volta invece il taglio non c'è stato, principalmente per volontà del paese più forte: l'Arabia Saudita, le cui decisioni sembrano oggi mosse soprattutto da uno scopo, quello di fare guerra a due produttori concorrenti che vengono visti come una minaccia: la Russia e soprattutto agli Stati Uniti.


La guerra del petrolio tra Iran, Israele e Arabia Saudita


Gli Usa, infatti, si stanno progressivamente emancipando dalla dipendenza delle importazioni petrolifere dall'estero, grazie all'avvento dello Shale Oil, cioè la produzione di greggio attraverso la frantumazione (fracking) delle rocce argillose. Questa tecnica estrattiva sta mettendo il turbo all'industria petrolifera degli Stati Uniti, che sono molto ricchi di giacimenti argillosi e stanno viaggiando a pieno ritmo verso la tanto agognata autosufficienza energetica. L'estrazione di petrolio dalle rocce argillose, almeno per adesso, richiede però molti investimenti, sostenibili economicamente soltanto quando le quotazioni del greggio sono alte. Se il prezzo del barile crolla, le aziende statunitensi che producono lo Shale Oil rischiano di andare a gambe all'aria, visto che sono molto indebitate .


I calcoli sbagliati dei sauditi

Ecco allora che appare chiara la strategia saudita: meglio tenere basse le quotazioni del greggio, a costo di rinunciare a una montagna di miliardi di introiti industriali, pur di vedere scomparire dalla faccia della terra parecchie aziende dello Shale Oil americano. Alla fine, però, questi calcoli potrebbero rivelarsi completamente sballati, almeno secondo alcuni esperti del mercato petrolifero. E' il caso di Leonardo Maugeri, docente di Harvard ed ex top manager dell'Eni, che da tempo crede nella sostenibilità del business dello Shale Oil, anche con un petrolio a 40 dollari al barile. Anzi, a detta di Maugeri le tecniche estrattive americane  stanno diventando sempre più sofisticate e stanno abbassando progressivamente il punto di pareggio finanziario degli investimenti nello Shale Oil, con buona pace dei sauditi.


La lobby del petrolio e la conferenza di Parigi


Come se non bastasse, sullo scacchiere geo-politico internazionale è in arrivo un'altra novità importante: il ritorno della produzione di petrolio dell'Iran che, dopo il disgelo con l'Occidente, rappresenterà un temibile concorrente per i paesi arabi nel mercato energetico mondiale. Nell'arco dei prossimi 5 o 6 anni, la quantità di greggio venduta da Teheran dovrebbe crescere di oltre il 60%, passando da 2,9 a 4,7 milioni di barili al giorno. Con questo scenario all'orizzonte, i sauditi rischiano di rimanere accerchiati.


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