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Economia

Petrolio: cosa c'è dietro la guerra dei prezzi

Il Brent e il WTI scendono ai minimi degli ultimi due anni dopo una mossa a sorpresa dell'Arabia Saudita

Ora tocca al prezzo del petrolio.

Dopo la guerra delle valute, messa in atto dalle banche centrali di tutto il mondo per arginare gli effetti della politica ultra espansiva della Fed, che ha contribuito a indebolire il dollaro sostenendo le esportazione made in USA, nei prossimi mesi potrebbe scatenarsi un nuovo conflitto (economico) su scala planetaria tra i maggiori produttori di greggio.

Materia prima per eccellenza della modernità, l'oro nero negli ultimi anni ha visto il ritorno in auge degli Stati Uniti in qualità di produttore (prima era solo il primo consumatore al mondo), grazie alla scoperta del petrolio estratto dalle rocce (shale oil) che l'ha portato a un passo dalla Russia e l’Arabia Saudita.

L’allarme di possibili nuove tensioni tra i paesi produttori è scattato ieri, quando i livelli dei due indici del settore si sono portati attorno a 90 euro al barile toccando il minimo degli ultimi due anni.

Il crollo del Brent e WTI
Il Brent, il petrolio "dolce" del Mare del Nord (lo definiscono così i tecnici, per la bassa densità e il basso contenuto di zolfo) che ha alimentato il separatismo scozzese negli ultimi mesi ed è usato come parametro di riferimento per prezzare il petrolio estratto in Europa, Africa, Asia e Russia, è sceso sotto i 92 dollari (91,55) al barile, il livello più basso dalla fine del primo semestre del 2012.

A metà dello scorso giugno viaggiava attorno ai 115 dollari.

L'altro benchmark del settore (soprattutto in Nord e Sud America), lo statunitense West Texas Intermediate (WTI), un’altra pregiata qualità di petrolio estratto negli USA, sempre giovedì, è sceso sotto i 90 dollari al barile (88,18) per la prima volta dall’aprile 2013. 

Saudi national oil company Aramco'sopera

Khaled al-Faleh, presidente e ceo di Saudi Aramco – Credits: Omar Salem/AFP/Getty Images

La mossa dell’Arabia Saudita
Che cosa si celi dietro questo scivolone, che in entrambi i casi è stato di oltre 2 dollari in una sola giornata, non c’è voluto molto a scoprirlo: la difesa da parte dell'Arabia Saudita delle proprie quote di mercato.

Per farlo Riyadh ha deciso un taglio, non della produzione, ma dei prezzi, che in alcuni casi si sono portati ai livelli della crisi finanziaria del 2008 – 2009.

Basta buttare l’occhio sui listini di novembre della compagnia petrolifera nazionale, la Saudi Aramco, che ha applicato sconti di 40 centesimi al barile verso gli Stati Uniti, primo mercato per il regno, e addirittura di oltre un dollaro verso aree dove la concorrenza è più forte, come l'Asia, quando nel settore gli standard prevedono tagli di pochi centesimi.

Una mossa che ha letteralmente sorpreso i mercati. Per alcuni è un vero e proprio ultimatum: "Sembra che l’Opec si stia preparando alla guerra dei prezzi" ha dichiarato Carsten Fritsh, analista della banca tedesca Commerzbank, secondo cui la stabilità tornerà solo quando l'Opec deciderà tagli di produzione coordinati.

Lo scontro interno all’Opec
Ma chi sono i nemici dell’Opec? In prima linea sembrerebbe esserci Washington, che è diventata indipendente dal punto di vista energetico e sta riprendendo ad esportare petrolio (Citigroup stima un milione di barili al giorno a giugno del prossimo anno), tanto da indurre alcuni dei suoi fornitori, come Libia, Algeria e Angola, paesi dove si estrae un greggio simile a quello prodotto in Texas e Nord Dakota, a rallentare la produzione.

Tra le cause della caduta in questi mesi del prezzo dell'oro nero, infatti, al primo posto c'è senz'altro l'abbondanza di shale oil negli USA, che ha spinto lo scorso luglio la Nigeria - per 41 anni di fila è stata tra i primi cinque importatori accanto all’Arabia Saudita, il Canada, il Messico e il Venezuela - a sospendere per la prima volta le esportazioni verso gli States. Non accadeva dal 1973.

Per altri analisti, tuttavia, i veri nemici dei sauditi, che vorrebbero scacciare da mercati in crescita, come quelli dell'Estremo Oriente e dell'Asia Pacifica, sarebbero l'Iran e l'Iraq, rispettivamente settimo e ottavo produttore al mondo.

Senza contare che un'ulteriore spinta al ribasso potrebbe mettere definitivamente in ginocchio la Russia, su cui già pesano le sanzioni internazionali; uno scenario che rievoca in alcuni osservatori lo spettro dell'oil crash del 1986, tre anni prima della fine dell'Unione Sovietica.

E in questo caso, dietro i sauditi, c’è chi ci vede (ancora una volta) lo zampino degli americani.

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