Economia

Dal petrolio alla crisi Renzi-Juncker: cosa sta succedendo

Ciò che accade sui mercati è una conseguenza della crisi del 2008. E la lotta a Bruxelles del premier un modo per non cadere nel baratro del sottosviluppo

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Luciano Tirinnanzi

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Le borse di tutto il mondo affondano. Il pianeta potrebbe affogare nel petrolio con un eccesso di offerta di un milione di barili al giorno, per il terzo anno consecutivo, che presto potrebbe portare il prezzo del greggio ben sotto i 20 dollari a barile.

L’economia cinese rallenta ancora con una crescita stimata del PIL del 6,3% nel 2016 e del 6% nel 2017 (6,9% nel 2015). In Cina i debiti delle imprese (oltre 16.000 miliardi di dollari, pari al 30% del debito mondiale delle imprese) e delle famiglie hanno superato il 270% del PIL (125% nel 2008). I BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e i Paesi emergenti hanno dovuto ricorrere alla svalutazione (Brasile -33%, Russia -15%, India -18%, Cina -5%, Sudafrica -25%, Turchia -20%) per sostenere le loro economie, ma ciò ha determinato un’imponente fuga di capitali, stimata in oltre 730 miliardi di dollari.

Scontro al calor bianco tra il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker e il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi sulla politica economica intrapresa dal nostro governo.

Siamo alla vigilia della tempesta perfetta che scompaginerà le economie mondiali e travolgerà l’Italia? Nessuno è in grado di fare previsioni credibili. Quello che viceversa si può tentare di fare è individuare un filo conduttore negli eventi di queste prime settimane di gennaio.

Conseguenza del 2008
Ciò che accade sui mercati è una conseguenza della crisi dei mutui subprime del 2008. L’aspro botta e risposta tra Juncker e Renzi è il manifestarsi della strenua lotta che il governo italiano sta sostenendo per la permanenza del nostro Paese tra le potenze economiche mondiali e per evitare di sprofondare nella marginalità e nel baratro del sottosviluppo.

Gli economisti hanno denominato “Grande Recessione” la crisi iniziata con il fallimento di Lehman Brothers per un motivo molto semplice che tutti avrebbero dovuto capire: si era in presenza di una crisi sistemica capace di sconvolgere il mondo, scuotendo le fondamenta delle economie mondiali. Una crisi mondiale seconda solo alla Grande Depressione del 1929, che aveva travolto il mondo segnando il trionfo delle ideologie totalitarie e aprendo la strada all’immane tragedia del secondo conflitto mondiale.

Consapevoli di ciò, alcuni Paesi hanno immediatamente avviato politiche economiche, sia monetarie che fiscali, espansive e sostenuto così le economie reali e i corsi azionari, impedendo che si realizzasse quell’imponente distruzione di ricchezza che era stata la cifra della Grande Depressione. USA, Regno Unito, Giappone e oggi Cina hanno inondato i mercati finanziari con migliaia di miliardi di dollari e spinto i listini ai massimi storici. La conseguenza di questa scelta controcorrente è stata una crescita stabile, seppure contenuta, anche nel Giappone segnato da vent’anni di recessione.

Il fallimento dell’Austerità Espansiva
Nell’Unione Europea, invece, inveterati ideologhi, incuranti dei ripetuti moniti, hanno colto l’occasione per affermare le funeste regole del bilancio in pareggio attraverso la cosiddetta "Austerità Espansiva". Hanno imposto cioè politiche restrittive pro-cicliche, fatto esplodere il debito di tutti i Paesi dell’Unione e fatto precipitare l’Eurozona nella deflazione, dopo anni di recessione. La ripresa economica doveva essere il risultato di una violenta deflazione interna (riduzione del costo dei prodotti) che avrebbe fatto crescere le esportazioni e quindi rilanciato il PIL.

Come è finita è sotto gli occhi di tutti: la ripresa è lungi dal venire, la disoccupazione è abbondantemente sopra il 10%, alcuni Paesi sono precipitati nel sottosviluppo (Grecia, Portogallo, etc) e altri sono prossimi a fare la stessa fine (Spagna), mentre l’Unione Europea vacilla sotto i colpi del nazionalismo. Unica eccezione è la Germania, che ha imposto questa ricetta e cannibalizzato le altre economie europee, a cominciare dalla Francia.

La deflazione è diventata nel frattempo il nemico pubblico numero uno e alla fine, quando ormai è stato forse troppo tardi, anche alla BCE (Banca Centrale Europea) di Mario Draghi è stato concesso di attuare il Quantitative Easing. I risultati sono stati modesti e incerti, perché nel frattempo si è determinata, come tutti i manuali dicono, una vera e propria “trappola della liquidità” che, proprio a causa delle aspettative deflattive, scoraggia gli investimenti reali.

La situazione dell’Italia: punto di non ritorno
In questo scenario, l’Italia si trova a un punto di non ritorno: la crisi ha riportato il PIL reale ai livelli del 1995, la disoccupazione supera l’11%, quella giovanile il 40%, la capacità produttiva si è ridotta del 30%, la disuguaglianza sociale sta esplodendo e solo i consumi privati sostengono la flebile crescita (+0,9% nel 2015).

La Legge di Stabilità del 2016 del governo Renzi prevede una manovra espansiva di circa 35 miliardi di euro. È una manovra che fa crescere il rapporto deficit pubblico/PIL di qualche decimale, anche se ben al di sotto della soglia del 3%, ma è una manovra vitale per la sopravvivenza del Paese. Accanto al sostegno di consumi e investimenti, il governo ha in programma anche investimenti diretti in infrastrutture di rete e nuove tecnologie. Per capire su quale modello industriale si intenderà puntare nei prossimi venti anni, il 10 febbraio si terranno a Roma, sotto l’egida del ministro dello Sviluppo Guidi, gli Stati Generali dell’Industria (Manifattura Italia).

Perché Juncker critica l’Italia?
La Commissione Europea minaccia l’Italia di aprire una procedura d’infrazione per lo 0,2% in più del rapporto deficit pubblico/PIL con cui sono state finanziate le misure per la sicurezza, comunque ben al di sotto della soglia del 3%, mentre la Francia ha per il quarto anno consecutivo sfiorato il 4% e la Spagna dei miracoli ha raggiunto il 4,7%.

La speculazione contro le banche italiane, che fanno segnare quotazioni altamente volatili, indica lo stato di difficoltà del nostro sistema bancario, gravato da oltre 200 miliardi di euro di sofferenze. Tuttavia, invece di guardare ai parametri di capitalizzazione, i tecnici e luminari di Bruxelles dovrebbero chiedersi, più banalmente, quale altro sistema bancario nazionale sarebbe stato in grado di reggere a una caduta del PIL a due cifre. Certo non i sistemi francese o tedesco, le cui banche avevano e hanno ancora (Deutsche Bank, per esempio) leve di indebitamento almeno doppie di quelle delle banche italiane. Quanto può ancora resistere l’Italia in una situazione di bassissima crescita?

La risposta è nell’azione del premier Matteo Renzi: non abbiamo più molto tempo, dobbiamo agire in fretta e con decisione per riavviare il motore della crescita economica. Tutto questo non è ormai più possibile senza rilevanti investimenti pubblici, con o senza il beneplacito di Bruxelles. Vada avanti spedito signor presidente, questa è l’unica strada possibile.

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