Petrolio: ecco cosa sta succedendo alla produzione globale

Nonostante i tagli, l’eccesso di offerta impatta negativamente sui prezzi e frena l’ottimismo

Raffineria

Una raffineria di petrolio - 19 giugno 2017 – Credits: iStock - TomasSereda

Stefania Medetti

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Analizzando gli spostamenti della superpetroliera Saiq, Bloomberg ha fatto il punto sulla situazione contemporanea del mercato del greggio. La nave battente bandiera panamense, infatti, è stata noleggiata da Royal Dutch Shell per trasportare due milioni di barili di petrolio da Hound Point, terminal petrolifero scozzese, alla Cina. Inaspettatamente, però, il viaggio si è interrotto la scorsa settimana al largo di Capo Verde: la Cina, complici le grandi quantità acquistate dalle sue raffinerie indipendenti all’inizio dell’anno, sta comprando meno greggio. La petroliera, dunque, ha cercato nuovi acquirenti per il suo carico e adesso, stando agli ultimi dati di vesselfinder.com, sarebbe diretta verso la Corea del Sud. Ma il fatto che le aziende petrolchimiche utilizzino le super petroliere come depositi galleggianti per la mancanza di acquirenti è significativo.

Prezzi ancora al palo

Negli ultimi due anni e mezzo, come ricorda il New York Times, il settore del petrolio è stato vittima della più grande crisi dagli anni Novanta. Solitamente, una bolla è seguita da una ripresa o da un boom, ma adesso il mercato non sta seguendo questo copione. Attualmente, infatti, il prezzo del greggio si attesta poco sotto i 48 dollari e, secondo gli esperti, passeranno anni prima di poter tornare al livello di 90 - 100 dollari che era la norma fino al collasso dei prezzi del 2014.

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Il ruolo dell’Opec

Dopo aver favorito una produzione record per costruire e proteggere mercati soprattuto in Asia e battere la concorrenza di produttori di shale e depositi di olio e sabbia americani, i sauditi, leader dell'Opec, hanno ceduto alle richieste di tagli alla produzione. Lo scorso novembre, dunque, il cartello ha concordato di porre per sei mesi un limite del 4,5% alla produzione, per un totale di 1,2 milioni di barili in meno al giorno. Come ha ricordato il quotidiano newyorkese, si è trattato del primo taglio da otto anni a questa parte. Poche settimane più tardi, anche la Russia e altri undici paesi produttori hanno optato - in un raro momento di cooperazione internazionale - di ridurre l’estrazione di 550mila barili al giorno. Ma il livello dei prezzi rimane basso: l’Opec e gli altri produttori hanno deciso di continuare a limitare la produzione fino a marzo 2018.

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L’impatto di variabili globali

Anche se molti esperti guardano all’aumento della domanda durante i viaggi estivi come al momento in cui i prezzi riprenderanno a salire, la realtà è che i tagli non stanno intaccando le quantità disponibili, perché nel conto entrano variabili globali. La sovrapproduzione, infatti, è particolarmente acuta nel cosiddetto “bacino atlantico”, complici il ritorno all’estrazione e alla produzione da parte di Nigeria e Libia (ognuno di questi due paesi potrebbe aggiungere alle scorte mondiali 250mila barili al giorno), del Mare del Nord e le esportazioni record degli Stati Uniti. Si tratta di variabili che impattano negativamente sulle scorte, azzerando - di fatto - i tagli introdotti dall’Opec e dagli altri produttori. A differenza dei consumatori e dell’economia allargata che beneficia di prezzi più economici dell’energia, sottolinea Forbes, i produttori di petrolio hanno tutto da guadagnare da prezzi più alti e i sauditi più di tutti. Perché l'aumento del greggio potrebbe far lievitare il valore della Saudi Aramco che ha in programma di sbarcare in Borsa entro la fine dell’anno in quella che potrebbe essere la più grande operazione di quotazione, per un valore stimato di due trilioni di dollari

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