Perché Trump non può replicare gli Anni Ottanta

Nessun paese può crescere più velocemente di quanto facciano le forze che sostengono l'economia e che si sono molto indebolite negli ultimi 35 anni

Donald Trump

Il celebre slogan elettorale di Donald Trump – Credits: iStock - olya_steckel

Stefania Medetti

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Secondo i consiglieri di Donald Trump, l’obiettivo di tagliare le tasse e spingere per la deregulation potrebbe portare a una crescita del Pil analoga a quella della presidenza Reagan, pari al 3,5%. Il neo presidente annuncia che il paese potrebbe fare ancora meglio e i suoi supporter sono convinti che non ci siano leggi economiche che possano impedire agli Stati Uniti di godere di un nuovo boom come quello degli anni Ottanta. Le cose, fa notare il New York Times, non stanno esattamente così. Perché le forze che sostengono la crescita economica si sono indebolite fortemente dagli anni Ottanta a oggi e questo è successo a livello mondiale. Nessun paese può pensare di crescere più velocemente delle forze economiche esistenti senza correre il rischio di un ciclo volatile di espansione e frenata

La formula del potenziale

Il potenziale di crescita di un’economia, infatti, è determinato e limitato dalla somma di due fattori: la popolazione e la produttività. Cioè, l’economia cresce in modo stabile aggiungendo nuovi lavoratori o aumentando la produttività per lavoratore. Durante gli anni dell’amministrazione Reagan, sia la popolazione sia la produttività hanno registrato una crescita di circa l’1,7%. Questo spiega un potenziale di crescita del 3,5%. Reagan, inoltre, non ha spinto il potere economico oltre il suo limite fisiologico. 

Per Trump e i suoi consiglieri, il “Make America Great Again” significa una versione 2.0 di Reagan. Ma nel frattempo, sono cambiate molte cose. Negli ultimi anni, infatti, la popolazione americana e la produttività sono calate di circa lo 0,75% ciascuna. Quindi, attualmente, il potenziale di crescita economica si attesta sull’1,5%, poco meno della metà dell’era Reagan. Questa formula è nota negli ambienti economici e, per quanto sia deliberatamente ignorata nell’euforia del momento, non è stata messa in discussione. Negli ultimi mille anni, infatti, nessuna economia è riuscita a svincolarsi dai limiti imposti dalla crescita della popolazione. Prima del XIX secolo, la popolazione globale non era superiore all’1% e la crescita economica non superava l’1%. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la popolazione è cresciuta dell’1% e la crescita economica si è attestata sul 2%. Dopo la guerra, il baby boom ha spinto la crescita della popolazione al 2% e la crescita economica ha segnato +4% per la prima e unica volta nella storia. 

Le condizioni contemporanee

Adesso, la crescita della popolazione globale si aggira sull’1% e il meglio che i Paesi possono fare è contenere i danni all’economia. Per gli Stati Uniti, le cose sono ancora più complicate: la crescita della popolazione ha toccato lo scorso anno il punto più basso dagli anni Trenta ed è estremamente improbabile che un presidente possa spingere la crescita al 3,5% nel prossimo decennio. 

Il rallentamento della crescita della popolazione mina l’economia, perché si traduce in un numero minore di giovani lavoratori. Di solito, i governi cercano di compensare il trend allungando l’età pensionabile e accogliendo lavoratori immigrati, ma l’amministrazione Trump non sembra essere di questo avviso. Piuttosto, i suoi consiglieri puntano a reinserire nel mercato del lavoro i disoccupati, ma questa strategia ha effetti limitati, in quanto la ragione per cui molti meno lavoratori sono impiegati è perché hanno più di 55 anni, un’età in ci si avvia alla pensione. 

I sostenitori di un ritorno agli anni Ottanta sono consapevoli di questi fatti e quindi si focalizzano soprattutto sulla crescita della produttività attraverso tagli alle tasse e deregulation che dovrebbero tradursi in nuovi investimenti in impianti e tecnologia e che, a loro volta, dovrebbero innalzare la produttività per lavoratore. Ma questa produttività è più difficile da misurare e prevedere di quella legata alla popolazione. Anche assumendo che gli Stati Uniti riuscissero a raddoppiare la propria produttività raggiungendo l’1,7% dell’epoca Reagan, il rallentamento della popolazione è irreversibile e, dunque, un eventuale miracolo produttivo potrebbe portare il potenziale di crescita al 2,5% e non al 3,5% come auspicato. Considerato che ogni punto percentuale vale oltre cento miliardi di dollari, la differenza - scrive il New York Times - è fra “stare bene” e essere “great again”. 

Gli esperimenti economici

Il punto, dunque, è la nostalgia per un’era andata. I paesi più avanzati dovrebbero trovare nuovi modi per descrivere il proprio successo economico: per gli Stati Uniti, dove il reddito medio è di 25mila dollari, una crescita dell’1,5% è considerata buona. Confrontare la crescita degli Stati Uniti con quella della Cina, come fa Trump, è un ulteriore errore, perché i paesi più poveri tendono a crescere più velocemente. Spingere un’economia oltre il proprio potenziale si traduce in contraccolpi sotto forma di un deficit più alto e dell’inflazione. E se l’inflazione cresce, la banca centrale aumenta il tasso di interesse, cosa che può innescare una recessione. Il rischio è particolarmente alto al momento, visto che gli Stati Uniti vantano il più alto deficit registrato a questo livello di espansione economica. Non sarà facile, conclude il quotidiano, persuadere le persone ad accettare la realtà di una crescita più lenta e, infatti, stiamo assistendo a una diffusione di populisti che promettono miracoli economici e tentano esperimenti nazionalistcii. Ma la verità della matematica di una crescita più lenta rimane. 


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