Perché non torneremo mai alla ricchezza post-bellica

Il nuovo libro di Marc Levinson mette in luce le radici della crescita zero contemporanea

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Grafico con indicatori al ribasso – Credits: iStock - peshkov

Stefania Medetti

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Lo storico ed economista statunitense Marc Levinson è tornato recentemente in libreria con “The extraordinary time - the end of the postwar boom and the return of the ordinary economy” (Il tempo straordinario - la fine del boom post-bellico e il ritorno di un’economia ordinaria).

Il saggio, come racconta The Atlantic in un’intervista con l’autore, ripercorre la transizione dalla crescita economica dagli anni Cinquanta fino al rallentamento degli anni Settanta. “Dal punto di vista di un economista, la seconda metà del XX secolo è stata divisa in due periodi. Il primo, successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è stato caratterizzato da un eccezionale andamento economico che ha riguardato più o meno tutto il mondo. Il secondo, invece, è stato segnato da una serie di rallentamenti cominciati con la crisi del petrolio del 1973”, spiega l’autore.

Nel dopoguerra, il miglioramento delle condizioni di vita è stato rapido e profondo e le persone misuravano quotidianamente l’impennata dell’economia: auto, case e prodotti erano a portata di un numero sempre più vasto di cittadini. “Si è trattato di un periodo di immensa crescita produttiva. Prima di allora, milioni di persone nei paesi più avanzati lavoravano la terra come contadini, ma la loro produttività è cresciuta verticalmente con l’ingresso nelle fabbriche e il miglioramento dell’istruzione”.

L’urbanizzazione e la ricostruzione, inoltre, hanno rappresentato significativi investimenti nelle infrastrutture, mentre nuovi accordi internazionali hanno permesso di stabilizzare i tassi di cambio, limitare le restrizioni sul commercio estero e fornire ai paesi più poveri il supporto necessario per un’era di cooperazione globale. “Una crescita media annuale del Pil del 5% non era un’eccezione, ma la norma”, scrive Levinson.

L’ottimismo lascia il posto all’ansia e all’incertezza
A partire dagli anni Settanta, tutto questo ha smesso di esistere. La crisi del petrolio del 1973 ha impattato sulla sicurezza economica. Il surplus di lavoro è stato sostituito dalla disoccupazione che si è trasformata in un fenomeno cronico che ha toccato in modo particolare le generazioni più giovani, mentre i risparmi sono stati intaccati e il potere d’acquisto di lavoratori e pensionati è diminuito.

Lo sguardo ottimistico sul futuro è stato sostituito da ansia, incertezza e estremismo. Allo stesso tempo, la politica si è dimostrata incapace di fornire le risposte necessarie per contrastare un andamento economico stagnante: le promesse della deregulation, della privatizzazione, di bassi tassi di interesse, infatti, non hanno potuto fare molto per ripristinare la sicurezza economica e una crescita robusta. “La verità è che la crescita economica è il risultato di una crescita della produttività - scrive Levinson - e la politica economica ha effetti molto limitati sulla crescita della produttività. Questo non significa che i governi non possano fare nulla, ma l’innovazione avviene nelle aziende private. Sono le invenzioni e le idee che si traducono in nuovi modi di fare business”.

Anche da un punto di vista di investimenti in educazione e infrastrutture, gli effetti degli anni Cinquanta non sono più replicabili: iniezioni di denaro in questi settori hanno un impatto molto più modesto sui numeri dell’economia. 

Una torta meno ricca
In termini di redistribuzione della ricchezza e del welfare, le possibilità di manovra degli stati, quando la crescita è prossima allo zero, sono molto limitate. “I governi contemporanei sono molto meno potenti di quanto la gente pensi”, aggiunge Levinson. E questo, in parte, spiega perché il pendolo della politica si stia spostando verso destra: “Lo abbiamo visto dopo la crisi del petrolio, quando i voti hanno premiato governi che promettevano maggiore liberalizzazione per far ripartire l’economia”.

È stato il caso di Ronald Reagan negli Stati Uniti, di Margaret Thatcher nel Regno Unito, di Helmut Kohl in Germania e Yasuhiro Nakasone in Giappone. Ma il libero mercato non è stato in grado di replicare la crescita economica degli anni Cinquanta. “Lo stesso sta succedendo adesso, le persone vogliono provare alternative di governo nella speranza di veder ritornare una robusta crescita economica, ma la torta economica cresce a un ritmo molto più contenuto rispetto a sessant’anni fa e non c’è molto che si possa fare in proposito”.

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