Perché l’India paga 2,5 trilioni di dollari per l’accordo sul clima

Ragioni demografiche ed economiche sono alla base di una strategia amica dell’ambiente

India

Una strada di Nuova Dehli - 9 giugno 2017 – Credits: iStock - Nikada

Stefania Medetti

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A differenza di Donald Trump, il primo ministro indiano Narendra Modi ha confermato di volere rimanere all'interno degli accordi sul clima di Parigi. In particolare, il terzo più grande responsabile dell'emissione di gas serra del mondo si è impegnato a ridurre l'intensità delle emissioni del suo Pil  del 30-35% entro il 2030. Per fare questo, spiega Forbes, l'India intende moltiplicare per cinque le energie rinnovabili entro il 2022, con un contributo soprattutto da parte dell'energia solare ed eolica. Quando il piano andrà a regime, il 40% dell'energia utilizzata proverrà da fonti non fossili. Parallelamente, l'India ha iniziato anche un aggressivo progetto di riforestazione, un aggiornamento delle infrastrutture energetiche e altre azioni per mitigare gli effetti del clima. Il progetto, in base alle stime dell'Intended Nationally Determined Contribution, costerà al paese la cifra record da 2,5 trilioni di dollari da qui al 2030.

Il paese è a rischio

Per quale ragione l'India, che ha un Pil da due trilioni di dollari, ha deciso di investirne altrettanti per il clima? La risposta, secondo il magazine americano, è che il paese non ha alternative. Innanzitutto, perché è una fra le regioni più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Il 25% della popolazione più povera del mondo, infatti, vive in India e non è in grado di fare fronte agli effetti devastanti di un clima che tende a essere caratterizzato da monsoni e siccità sempre più devastanti. Le coste del paese, inoltre, sono a rischio di essere sommerse e al conto vanno aggiunte le inondazioni derivanti dallo scioglimento dei ghiacciai dell'Himalaya. Il livello di inquinamento in India, inoltre, ha raggiunto quello della Cina, considerato il più letale al mondo con 1,1 milioni di morti premature all'anno. L'India conta su carbone ed energia fossile che insieme rappresentano il 70% delle fonti di energia, mentre l'International Energy Agency fa sapere che 304 milioni di indiani non hanno accesso all'energia elettrica. 

Rinnovabili oltre gli obiettivi

Impegnata per ridurre le emissioni, l'India ha già portato a casa dei risultati, complice il calo del costo dei pannelli solari che rendono l'energia verde un'opzione più economica. Al momento, l'energia solare è arrivata a costare 2,4 rupie (0,014 euro) per chilowatt ora, seguita dall'eolico con 3,5 rupie, dal carbone che costa fra 3,5 e 3,9 rupie e dal gas naturale a 6,5. Un aumento della produttività degli impianti di carbone esistenti, inoltre, ha permesso al Paese di ridurre i target di produzione di questa materia, cancellando 13,7 gigawatts di nuovi impianti. Al momento, l'India ha raggiunto una capacità di 42,8 gigawatt da energie rinnovabili e punta ad arrivare a 175 gigawatt. Di questo passo, entro il 2022 supererà l'obiettivo del 40% di energie rinnovabili. In base ai dati attuali, infatti, dovrebbe arrivare al 46,8% alla fine del 2022 e al 56,5% entro il 2027. 

Come far quadrare i conti

Per coprire i costi di un'inversione di rotta verso l'energia pulita, l'India conta su un budget annuale da cento miliardi di dollari previsto dagli accordi di Parigi a favore dei paesi in via di sviluppo.

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Il resto sarà coperto da prestiti e da tasse sulle forme di energia più inquinanti. La tassa sul carbone da due dollari per tonnellata, per esempio, ha permesso di incassare 2,7 miliardi fino al 2015 e questi fondi sono destinati a progetti di energia pulita. Per l'india, la scelta è inevitabile. A differenza degli Stati Uniti, infatti, il 50% della popolazione ha meno di 25 anni e la base elettorale di Modi è composta soprattutto dalla classe media che, come quella in Cina, sostiene un'agenda ambientalista. Il paese, inoltre, ha capito che investire nell'innovazione energetica è un moltiplicatore dell'economia e non una misura imposta dai paesi sviluppati.

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