Perché l'India cresce più velocemente della Cina

Opportunità e dubbi sulla performance straordnaria della terza potenza economica asiatica

India

Traffico a Jaipur, in Rajasthan – Credits: Prisma Bildagentur AG / Alamy

Claudia Astarita

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L'economia indiana è cresciuta, nell'ultimo trimestre, del 7,5 per cento. Un risultato straordinario che ha permesso a New Delhi non solo di confermare un tasso di sviluppo su base annua del 7,3 per cento, ma anche di superare la Cina (sua rivale storica ferma ormai a un "misero" 7 per cento) e di riaccendere il dibattito su se la "nuova" India di Narendra Modi che tanto piace agli investitori stranieri, ai partner asiatici e naturalmente agli indiani sia o meno un bluff.

I numeri della crescita indiana

Diamo prima un'occhiata ai dati: l'inflazione continua a scendere, riuscendo ad assestarsi sotto il tetto del 5 per cento; il tasso di disoccupazione sta scendendo (8,5 per cento), anche se più lentamente del previsto. Il Prodotto interno lordo pro capite, invece, sta aumentando. Il Fondo Monetario Internazionale ha previsto che l'India sarà il paese che, nel 2015, registrerà il tasso di crescita più elevato del pianeta, superando il tetto del 7,5 per cento. Il punto di vista del Fmi è stato confermato anche dalla Banca Mondiale, che stima che il paese supererà la soglia dell'8 per cento di crescita annuale già nel 2017. Infine, l'agenzia di rating Moody's ha di recente modificato il rating per il Subcontinente, che ora è considerato positivo, e ha calcolato che nei primi mesi del 2015 gli investitori stranieri hanno comprato titoli e obbligazioni indiane per 13 miliardi di dollari. 

I dubbi degli analisti

A dispetto dell'abbondanza di dati incoraggianti, gli analisti non sono del tutto convinti che dietro l'improvvisa impennata dell'India non si nasconda l'ennesimo bluff. Tra i motivi che inducono molti di loro a rimanere cauti c'è certamente il fatto che l'India abbia deciso all'inizio del 2015 di aggiornare il metodo con cui era solita elaborare le stime di crescita del Pil. New Delhi si difende dicendo che il metodo di calcolo e il paniere di riferimento utilizzato negli ultimi venti anni dovevano essere aggiornati per offrire un'immagine più veritiera di ciò che succede nel paese, e gli economisti ribattono che sottolineare un Pil così alto non può essere registrato in un paese in cui produttività, esportazioni e output industriale non crescono. O meglio, crescono a ritmi molto più contenuti.

Ancora dati

Le vendite nette delle industrie indiane (comparto energetico e finanziario esclusi) sono cresciute negli ultimi dodici mesi "solo" del 5,9 per cento. I profitti complessivi sono diminuiti dello 0,5 per cento, ma del 7.45 se si considera il loro valore netto. Rispetto ai valori registrati l'anno precedente, il rallentamento è significativo: nel 2013-2014 le vendite sono aumentate del 9,6 per cento, i profitti complessivi dell'11,6 e il loro valore netto dell'1,7. Se poi il confronto viene fatto con gli anni in cui l'India era solita crescere a ritmi del 7,5 per cento, quindi fino a quando non è scoppiata la crisi economica internazionale, la differenza è ancora più marcata: in quel periodo le vendite crescevano a ritmi del 14/15 per cento annuo, e i profitti del 20. E i primi mesi del 2015 come sono andati? Meglio non parlarne, sottolineano alcuni: +0.4 per cento per quel che riguarda le vendite, profitti complessivi in calo del 22,2 per cento e -59,9 per quelli netti. 

La crescita indiana è sostenibile o no?

Da un lato è vero che dati e statistiche possono essere elaborati e interpretati in tanti modi, dall'altro non si può negare la presenza di settori che stanno funzionando. L'attività manifatturiera complessiva, trainata da automobili e prodotti farmaceutici, è cresciuta del 7,1 per cento. I servizi (finanzia, assicurazioni e immobiliare in particolare) dell'11,5. Il settore primario, invece, è aumentato di un misero 0,2 per cento. Il Primo Ministro Narendra Modi sta puntando tutto sulle infrastrutture, che gli permetterebbero di raggiungere quattro risultati contemporaneamente: attirare capitali stranieri; migliorare una rete infrastrutturale che è oggi a livelli pietosi; creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro; migliorare i collegamenti all'interno del paese permettendo quindi alle industrie di raggiungere più facilmente e a costi più contenuti sia il mercato interno che quello internazionale. 

I dettagli che tutte queste analisi basate sui numeri trascurano però sono due: le condizioni di partenza dell'India sono talmente basse, da richiedere anni di investimenti mirati e di successo per poter parlare di confronto equo con paesi come Cina, Stati Uniti, Francia o Germania. Per ripartire l'India ha bisogno di una vera e propria rivoluzione, a livello di mentalità e di risultati, e come è già successo in passato non riuscirà a ottenere nulla senza il supporto delle tecnologie e dei capitali stranieri. Andrebbe quanto meno riconosciuto al premier in carica di non aver perso tempo per assicurarsi questo tipo di appoggio. Il suo governo ha firmato decine di accordi di scambi di tecnologie e know how con la maggior parte dei paesi avanzati, e gli investimenti diretti esteri stanno crescendo, anche se i valori pre-crisi finanziaria appaiono ancora un miraggio.

Questo non vuol dire che il paese si possa permettere di trascurare la produttività o gli stimoli sul mercato interno, ma non bisognerebbe dimenticare che non si può ottenere tutto subito. L'India è stata sempre accusata di non aver raggiunto il suo massimo potenziale sul piano economico per la sua stessa incapacità di elaborare una strategia di sviluppo graduale efficace. La nuova leadership sta provando ad andare in questa direzione. Forse bisognerebbe lasciarla provare. Un ultimo dato: la Banca Centrale è dalla parte di Modi, perché anche se la nazione cresce ha deciso di tagliare per la terza volta il tasso di interesse a prestito per dare nuovi stimoli all'economia. Dando l'impressione che la strategia di crescita sia davvero condivisa dalle istituzioni. 

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