Perché l'economia araba si sta indebolendo

Ecco in che modo il surplus di petrolio si è rivelato un’arma a doppio taglio per Riad

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Stefania Medetti

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L’Arabia Saudita ha molto da perdere o da guadagnare dalla riunione plenaria dei ministri del petrolio dei 14 Paesi Opec fissata per domani, mercoledì 30 novembre, a Vienna. Il Paese, come rileva Forbes, si trova in una difficile situazione economica. E’ vero che Riad è ancora il primo esportatore di petrolio e il secondo più grande produttore del mondo, ma la sua capacità di influenzare il mercato globale si è molto ridotta. Fra le variabili che hanno contribuito alla perdita di potere dell’Arabia Saudita sulla scacchiera del greggio c'è innanzitutto la decisione presa nel novembre del 2014 di spingere per la cancellazione di un limite all’estrazione del petrolio. Una mossa che, di fatto, ha incrementato la produzione globale.

Bilancio in rosso

Sugli equilibri ha pesato anche la produzione di shale statunitense che, secondo un report di Goldman Sachs, potrebbe arrivare a 700mila barili al giorno entro la fine del prossimo anno, cancellando di fatto gli ultimi due anni di perdite. L’aumento della produzione globale, dunque, ha impattato in modo negativo sui prezzi e, per quanto abbia rappresentato un cataclisma per l’industria globale del petrolio, non ha risparmiato l’Arabia Saudita che deve fare i conti con un deficit record (lo scorso anno era prossimo a cento miliardi di dollari) che ha obbligato lo stato a prendere le prime e impopolari misure di austerity della sua storia. Le cose potrebbero andare ancora peggio: Mohamed Al Tuwaijri, il nuovo vice ministro dell’economia, ha dichiarato in una rara apparizione televisiva avvenuta nel mese di ottobre: “Se non implementiamo delle riforme e l’economia globale rimane come l’attuale, fra tre o quattro anni dovremo dichiarare bancarotta”. A riprova della gravità della situazione, il ministro delle finanze Ibrahim Al-Assaf, in carica dal 1996, è stato sollevato dal'incarico dalla famiglia reale all’inizio di novembre.

Oltre gli obiettivi

In settembre, ad Algieri, l’Arabia Saudita ha raggiunto un accordo di massima con l’Opec per un taglio dell’1% della produzione da proporre all’incontro di Vienna. Nello stesso mese, però, l’Arabia Saudita ha incrementato le esportazioni di greggio che sono passate da 7.305 a 7.812 milioni di barili. Per complicare ulteriormente le cose,  la International Energy Agency ha fatto sapere che a ottobre la produzione di greggio è cresciuta di 800mila barili, arrivando a un totale di 97,8 milioni di barili. Contemporaneamente, l’Opec ha estratto 33,8 milioni di barili nel mese di ottobre, un dato superiore all’obiettivo stimato dall’organizzazione per novembre. Nell’equazione entrano anche le attività di estrazione di altri paesi, come l’Iran e l’Iraq che potrebbero non sottoscrivere il taglio dell’1% ipotizzato dall’Opec. L’americana Energy Information Administration ha fatto sapere che le riserve di greggio degli Stati Uniti sono cresciute di 5,3 milioni di barili la scorsa settimana, aumentando le scorte in un mercato che non ne ha bisogno. Mentre la Russia continua a giocare la propria partita con una produzione che si attesta su 11 milioni di barili, paesi non Opec, come Brasile, Canada, Kazakistan hanno in programma un aumento dell’estrazione dello 0,5% nel 2017, in crescita sul 2016. Tutto questo significa che, con ogni probabilità, anche il nuovo anno sarà caratterizzato da un ulteriore incremento dell’offerta. Ed è in questo scenario che Riad deve trovare il modo di far quadrare i conti.

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