Telecom italia e la golden share: cos'è e perché è così importante

Riserva allo Stato poteri speciali di veto anche se si possiede solo un'azione per mantenere il potere senza investire troppo denaro

Il premier Enrico Letta alle prese anche con la questione Telecom Italia (Credits: DANIELE SCUDIERI / Imagoeconomica)

Zornitza Kratchmarova

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E ora tutti (o quasi) la vogliono. Persino il viceministro allo Sviluppo economico Antonio Catricalà, ex capo dell’Antitrust, che fino alla vigilia della scalata Telefonica sulla nostrana Telecom optava per una chiusura pressoché totale sul tema con frasi tipo: "un asset sottoposto a un potere speciale inevitabilmente perde di contendibilità e quindi di valore". E ora? Pare che senza la golden share non si possa più campare. In palio, stando al Copasir, c’è persino la sicurezza nazionale. Ma cos’è questa "azione d’oro" che fa dire a politici e non tutto e il contrario di tutto? È un cavillo, utilizzato nei processi di privatizzazione delle aziende a partecipazione statale, che riserva al Governo poteri speciali di veto anche a vendita parziale (o addirittura totale) avvenuta. Con una particolarità: non c’è una percentuale minima di capitale sociale che lo Stato deve detenere per esercitare il potere di veto, basta anche una sola azione, prettamente simbolica.

In altre parole: lo Stato mette sul mercato i suoi pezzi migliori per fare cassa, ma si riserva il potere di intervenire nel caso i nuovi soci facciano qualcosa che non gli piace. Sotto l’ala protettiva della golden share ci sono settori strategici quali difesa, energia, telecomunicazioni e altro. Nel nostro ordinamento è stata introdotta nel 1994, proprio ai tempi delle prime privatizzazioni. Salvo poi essere "riveduta e corretta" nel marzo 2012 dal Governo Monti per evitare all’Italia una procedura d’infrazione da parte di Bruxelles perché considerata incompatibile con i principi del mercato unico. Attenzione: quella del 2012 è stata una legge-quadro. Ne sarebbero dovuti seguire regolamenti specifici per stabilire nel dettaglio "gli intoccabili". Ma fatta eccezione per la Difesa, tali regolamenti non sono mai arrivati.

Altro appunto: se fosse stato per l’allora premier Mario Monti la legge tutta sarebbe stata abolita, non certo "riveduta e corretta". Se non altro per "coerenza", una delle tre parole chiave del suo Governo, diventata un mantra per chi campava di satira (le altre erano: "sobrietà" e "rigore"). Motivo: fu proprio Monti, nei panni di commissario al mercato interno, integrazione finanziaria e fiscalità, il primo a ordire una levata di scudi contro la golden share che c’è in pressoché tutti i Paesi europei. Esortando i singoli Stati membri a vietarla o quanto meno a ridurne all’osso il ricorso. Questione di concorrenza, manco a dirlo. Era il 1994 e poi gli anni a seguire. E ora: indietro tutta. Monti non c’è più e l’asso della golden share verrà giocato alla grande.

Obiettivo: blindare la rete Telecom che altrimenti finirebbe in balia dei voleri spagnoli lasciando magari a bocca asciutta gli increduli consumatori italiani. La conferma arriva dalla bozza del Decreto del presidente della Repubblica che già oggi dovrebbe arrivare in consiglio dei Ministri. C’è scritto nero su bianco. Via libera alla golden share. Come dire: la palla ora passa ai Letta Boys che hanno tempo fino a dicembre per mettersi d’accordo. A ricordare la scadenza è stato il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni: "Gli accordi con Telefonica diventano operativi nel 2014". Che tre mesi possano bastare per trovare un fronte comune? I dubbi (anche stavolta) non mancano.

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