Economia

Tax ruling: la certezza fiscale che ancora non c'è

La regola pro investitori esteri che permette l'accordo preventivo con il fisco è stata tolta dall'Investment Compact. Che di mezzo ci sia il LuxLeaks?

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Zornitza Kratchmarova

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Dietrofront. Caso vuole che a saltare sia stata proprio la norma più controversa. Quella sul “tax ruling” che avrebbe dovuto rappresentare il non plus ultra per l’attrazione degli investimenti esteri in Italia. Lo scorso 20 gennaio, alla vigilia dell’apertura del World Economic Forum di Davos dove il Renzi nazionale ci teneva parecchio a presentarsi nei panni del “riformatore”, il consiglio dei Ministri ha varato l'“Investment compact”.

Due le bocciature al fotofinish: il “tax ruling”, appunto; e l’agenzia unica per gli investimenti, una sorta di “super agenzia” in cui sarebbero dovuti confluire Ice, Invitalia ed Enit, le tre eterne promesse dell’immagine italica all’estero le cui fortune (o, meglio, sfortune) lasciano al quanto a desiderare. Non lo sperpero di risorse, però. Quello è certo. 

Parliamo del “tax ruling”. In soldoni si tratta di una pratica che chiarisce in anticipo il trattamento fiscale di una data società, fondo o altro offrendo la garanzia di una certa stabilità sul fronte tasse & co. Nei piani dei Renzi Boys la norma avrebbe dovuto andare incontro ai grandi investitori pronti a scommettere sull’Italia con progetti pluriennali da almeno 500 milioni di euro in 5 anni.

Tra gli interlocutori di punta (presunti): i fondi sovrani mediorientali, i grandi fondi di private equity, ma anche holding di ogni tipo. L’accordo avrebbe consentito di neutralizzare l’effetto di eventuali cambiamenti in progress della normativa fiscale ed evitare in definitiva possibili effetti boomerang che avrebbero potuto pregiudicare la realizzazione dei progetti multimilionari.

Bene, no? No! Perché la norma è saltata. O, a volere dare retta al ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, “è stata rinviata a un prossimo intervento normativo”. Il motivo di tale slittamento non è dato saperlo. Ma è dato avanzare un paio di ipotesi: 

  1. Lo scandalo LuxLeaks, scoppiato lo scorso novembre in Lussemburgo e per poco non costato la poltrona al numero uno della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, in quanto ex premier e ministro delle Finanze del Granducato, verteva proprio sul “tax ruling” applicato in quel caso a quasi 350 multinazionali con aliquote sugli utili prefissate che sfioravano il ridicolo: l’1% circa. Ergo: seppure le condizioni italiche si prefigurassero assai diverse il solo nominare il “tax ruling” rischiava di fare venire l’orticaria a parecchi. In Europa (e non solo). Provvedimento inopportuno, dunque.
  2. Il terremoto lussemburghese ha costretto la Commissione Ue ad avviare una indagine a tappeto chiedendo ai 28 stati membri di fornire informazioni dettagliate sulle loro pratiche in materia e la lista di eventuali società beneficiarie negli anni 2010-2013. Obiettivo: bloccare il dumping fiscale attuato in sordina (seppure legalmente) da diversi stati Ue. E ora considerato “eticamente insostenibile” (a dirlo lo stesso Juncker, sponsor numero uno del “tax ruling”; in altre parole: cosa non si fa per tenersi la poltrona!). Pro futuro si lavora inoltre a una proposta per lo scambio automatico d’informazioni sulla falsa riga di quella attuata in ambito bancario. Entro fine marzo 2015 la bozza sarà pronta. Provvedimento prematuro, dunque. 

P.s. Gli ultimi dati sugli investimenti diretti esteri dicono che l’Italia detiene solo l’1,6% dello stock mondiale di soldi altrui per un totale di 12,4 miliardi a fine 2013 con un crollo del 58% rispetto a quanto raccolto nel 2007, ultimo anno pre-crisi (fonte: Censis). Che sia il caso di fare davvero qualcosa perché gli altri tornino a considerarci? Magari azzeccando tempi e modi?

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