Start-up, con Fulbright Best si può

Pioggia di buone notizie e di stimoli per i giovani che vogliono fare impresa. Vengono dalla rete di organizzazioni messe insieme da Fernando Napolitano nel progetto IB&II. A partire dalle borse di studio FB per volare negli Usa. E tornare imprenditori

Giovani e impresa: da Fulbright Best borse di studio per volare negli Usa e imparare a fare impresa (Credits: Platt/Getty Images)

Zornitza Kratchmarova

-

Il conto alla rovescia è iniziato. Il 4 dicembre scade il bando per le borse di studio 2013 Fulbright Best. Affrettarsi è d’obbligo. Elizabeth Robinson, ex start-upper capace di garantirsi una pensione d’oro a quanto pare a 40 anni o poco più, figura eclettica di un mondo imprenditoriale in fermento e all’80% under 35, è chiara: "Approfittatene perché ne vale la pena: in 5 anni abbiamo formato 45 ragazzi Oltreoceano. Sono tutti tornati in Italia e in poco tempo hanno fondato 26 start-up attive nei campi più innovativi". Non è un appello casuale: ad ascoltarla ci sono almeno un paio di centinaia di bocconiani accorsi all’evento "Creazione di start-up e internazionalizzazione" voluto da un pool di "folli" (fools) come loro stessi si definiscono.

I principali, Fulbright Best, Innogest, Italian Business & Investment Initiative, Mind The Bridge, Mind The Seed, si sono incontrati nell’aula magna della Bocconi proprio nel giorno in cui i due Mario d’Italia più ascoltati in Europa (il premier Monti e il presidente della Bce Draghi) intervenivano all’inaugurazione dell’anno accademico 2012-2013. Una coincidenza o una svista? Chissà. In ogni caso l’aula era gremita.

Le borse di studio di Fulbright Best interessano. Eccome. Si tratta di assegni lanciati dall’ex-ambasciatore Usa in Italia Roland Spogli, e che danno la possibilità ai giovani di talento di volare negli Stati Uniti e mettersi alla prova con corsi all’avanguardia e tirocini nelle start-up che contano per poi rientrare nel nostro Paese e tentare l’avventura imprenditoriale. Ne parla Robinson, ma ne parla anche il console Usa Kyle Scott, che attribuisce alle 3F "Friends, Family & Fools" (amici, famiglia e follia) parte del successo tecnologico degli Stati Uniti perché prima fonte di risorse per giovani spiantati ma con idee geniali da realizzare.

Persino i vari signori Bill Gates, Steve Jobs e Sergey Brin ne hanno fatto ampio uso. Ma ora c’è molta più scelta e canali a cui fare appello. È Fernando Napolitano, deus ex machina dell’intero movimento chiamato ieri a raccolta in Bocconi, a snocciolare l’elenco: c’è il Fulbright Best, appunto. E c’è l’Italian Business & Investment Initiative da lui lanciata un paio d’anni fa con una idea apparentemente semplice: selezionare il meglio che offre l’Italia sul fronte start-up e metterlo in contatto con eventuali finanziatori o partner Usa.

Con lui sono schierati i migliori "acchiappa-talenti" d’Italia. Tra gli altri Innogest Sgr, il più grande fondo nazionale per start-up con un patrimonio di oltre 90 milioni di euro, ideato da Marco Pinciroli, che esorta i più ricorrendo a una provocazione: "Se volete fare qualcosa andate all’estero!". Salvo poi specificare: "Ci vuole un cambio di mentalità. In Italia se fallisci sei uno sfigato. Negli Usa sei un figo. Perché ci hai provato. E hai le carte in regola per farlo ancora". L’affondo è anche per il diritto fallimentare nostrano da rivedere in toto.

E ancora: tra i sostenitori di Napolitano ci sono Intesa Sanpaolo che, con il progetto Start-up Initiative e i fondi Atlante Ventures, ha accesso a un portafoglio pressoché infinito di società in erba; Italian Angels for Growth (Iag), ossia il principale gruppo di business angel in Italia; H-Farm, l’incubatore tecnologico guidato da Riccardo Danadon con oltre 30 realtà finanziate e un tasso di sopravvivenza superiore al 90%; M31, l’acceleratore veneto specializzato in biotecnologie guidato da Ruggero Frezza; 360° Capital Partners, il venture capital di Emanuele Levi, Fausto Boni, Diana Saraceni e François Tison, tra i sostenitori di Yoox o MutuiOnline; o, ancora, Dpixel, il fondo creato dall’ex ragazzo prodigio dell’hi-tech italiano Gianluca Dettori (ideatore di Vitaminic) con Franco Gonella pure lui sul palco.

E dice: "Gli start-upper non sono delle star del Rock'n’roll. Non illudetevi. Sono gente seria, disposta a lavorare 24 ore su 24 per 7-8 anni almeno, guadagnando molto meno di quanto si potrebbe guadagnare nelle varie McKinsey & Co. Siete disposti a farlo? Pensateci bene! La parola d’ordine è sacrificio. Ma può valerne la pena". Ed è Cosimo Palmisano, start-upper ex Fulbright Best, a confermarlo: "Altroché se ne vale la pena!".

La sua Ecce Costumer (Ecco il cliente), lanciata due anni fa nel tentativo di decifrare quanto scritto sui social media dagli utenti delle aziende più svariate e orientarne così le scelte, si è appena vista staccare un assegno di finanziamento di 15 milioni di dollari da un fondo Usa. Quindici milioni di dollari! Una cifra mica di ridere, forse tra le più importanti mai riconosciute da un investitore d’Oltreoceano a una società italiana alle prime armi con sede a Latina e sviluppatori molto tatuati, a quanto pare, almeno al pari di quelli californiani.

A parlare infine sono anche Luigi Ferraris, direttore finanziario del colosso Enel che ha stanziato 15 milioni di euro per un programma triennale per sole start-up sul fronte energia (18 in tutto da finanziare con 650 mila euro l’una a fondo perduto per un paio d’anni e l’ingresso al terzo anno nel capitale sociale della stessa Enel con il 30% delle quote); e Alessandro Fusacchia, consigliere del ministero dello Sviluppo economico. Il decreto Cresci-Italia con i suoi 12 articoli dedicati alle start-up, è il primo in materia per il nostro Paese. Entro fine anno diventerà legge. E per Fusacchia (come per tutti gli altri) non ci saranno più scuse per non tentare l’avventura. Almeno tentare.
Una menzione infine per Marco Credentino, studente bocconiano, promotore della parte “Youth” di Italian Business & Investment Initiative . È lui che ha organizzato tutto ed è lui che potrà fare da ponte per i suoi colleghi che vorranno mettersi alla prova. E i candidati a quanto pare non mancano: a capo del 30% delle start-up lanciate in Italia ci sono ragazzi che frequentano l’università.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Start-up, ecco gli strumenti per farcela

Fernando Napolitano, fondatore e presidente di Italian Business&Investment Initiative, spiega come anche in Italia si possa fare impresa. Da zero. Con chi sa come far nascere, crescere e sviluppare un'idea di business

Start-up, al via il progetto Italian Business & Investment Initiative Youth

Obiettivo: creare una comunità di scambio tra studenti, ricercatori, startupper e giovani professionisti. In Italia e in America. Per dare concretezza alle possibilità di fare impresa

Start-up, cambiare cultura in Italia è un passo obbligato

Fallire non deve essere un dramma. Anzi. L'America insegna

Commenti