Fiscal Compact, l’accordo che mette in ansia tutta l’Europa

Fiscal Compact. Fiscal Compact. Fiscal Compact. Pronunciare in sequenza e magari a velocità più o meno sostenuta quella che sembrerebbe la frase del momento mette ansia. E non poca. Sarà colpa del fiscal, per carità. Perché non bisogna certo …Leggi tutto

Zornitza Kratchmarova

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Fiscal Compact. Fiscal Compact. Fiscal Compact. Pronunciare in sequenza e magari a velocità più o meno sostenuta quella che sembrerebbe la frase del momento mette ansia. E non poca. Sarà colpa del fiscal, per carità. Perché non bisogna certo essere una impellicciata presunta nullatenente a spasso per Cortina e dintorni per non amare particolarmente quel brusio. Ma ci tocca! E sarebbe fantastico se toccasse a tutti. Ma proprio a tutti! E il Fiscal Compact? Mette ansia lo stesso ma è altra cosa. O meglio: è l’accordo (per ora in via di definizione) sulle regole di bilancio tra gli Stati dell’area euro evocato per primo da Mario Draghi nelle vesti di neo presidente della Banca centrale europea (Bce).

Era il 2 dicembre e il super-banchiere era in audizione all’Europarlamento. Detto, fatto. Sette giorni dopo, in quello che passerà alla storia come uno dei vertici Ue più infuocati, 26 su 27 tra capi di Stato e di Governo dissero “si” proprio a quel patto di bilancio. Solo il premier inglese David Cameron optò per un secco “no”. Questioni interne, è ovvio. Con gli interessi della City messi sopra tutto e tutti. Almeno per ora. Quello che è certo è che con o senza il benestare di Londra si andrà avanti.

È il duo “Merkozy” a dettare l’agenda e a imporre anzi una accelerazione. L’ha detto “Angie” e se lo dice lei… Il 9 gennaio al termine dell’incontro con l’amato-odiato Sarkozy la Cancelliera ha detto: “Ci sono buone possibilità che l’accordo sul Fiscal Compact venga siglato entro gennaio”.

In soldoni: l’idea è di rafforzare l’unione economica imponendo obblighi stringenti per ogni Stato membro. I riflettori sono puntati sulla riduzione (drastica) del rapporto tra debito pubblico e Pil. In particolare: i Paesi con un rapporto debito/Pil superiore al 60% dovranno impegnarsi a ridurlo ogni anno per 1/20 della distanza del valore di riferimento.

È quanto tra l’altro c’era già scritto nero su bianco nel “six pack” adottato il 13 dicembre… Per capirci: in Italia siamo distanti anni luce dagli obiettivi. Per l’esattezza: abbiamo un rapporto debito/Pil del 120%. Altrochè 60%! E, numeri alla mano, ogni anno dovremmo ridurlo di 60/20, cioè del 3%. In numeri assoluti ci vorrebbe un taglio del debito di 40-50 miliardi l’anno! Tanto, tantissimo! E le manovre rigoriste stile Monti-boys certo non potranno bastare.

Quindi? Probabilmente non ci resterà che vendere (o c’è chi dice svendere) il patrimonio pubblico, privatizzare il privatizzabile e altro ancora. Non è un caso se proprio il premier Mario Monti si sta dando da fare in sede Ue per inserire una maggiore flessibilità nella valutazione del debito. E a sostenerlo, guarda caso, c’è pure Sarkozy. Che possa bastare?

E ancora: al vaglio c’è anche la regola di bilancio basata su un disavanzo strutturale non superiore allo 0,5% del Pil e sanzioni per i Paesi il cui deficit supera il 3%.

Appunto, le sanzioni. Ci sono pure quelle. E sono salatissime. Ma potrebbero essere attenuate dal ruolo di verifica che si vorrebbe attribuire alla Commissione Ue. Ammettendo così il ricorso alla Corte di Giustizia solo in un secondo tempo.

P.s. Gustavo Piga, docente di Economia Politica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, a fine dicembre aveva pubblicato sul suo blog l’unica bozza del “fiscal compact” in circolazione.
QUI IL TESTO INTEGRALE

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