Economia

I predoni stranieri dell'Italia

I colossi stranieri prendono i nostri marchi e scappano, come nel caso del Parmigiano Reggiano. E noi lasciamo fare

Parmigiano Reggiano

Mario Giordano

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Come si dice Parmigiano Reggiano in francese? Se lo sono chiesti in molti, alcuni giorni fa, quando è uscita la notizia che il colosso francese della Lactalis stava puntando su Nuova Castelli, principale esportatore nel mondo del nostro formaggio tipico. E subito si sono levate domande angosciate: un altro gioiello della nostra gastronomia che finisce all’estero? Davvero gli stranieri ci stanno mettendo i piedi in tavola? Perché lasciamo che si pappino, boccone dopo boccone, tutti i nostri cibi più ricercati? L’amarezza da Parmigiano Reggiano è stata appena mitigata dalla consapevolezza che Nuova Castelli è un bel po’ che non è più italiana: infatti è di proprietà del fondo inglese Charterhouse, che l’ha comprata nel 2014. E in inglese Parmigiano Reggiano non suona certo meglio che in francese. Anzi, l’abbinamento del formaggio dop con il fish&chips potrebbe essere ancor più deleterio. Quasi da crimini contro l’umanità.

Ma il fatto stesso che la partita su uno dei nostri patrimoni gastronomici si giochi sull’asse Parigi-Londra, con la timida intromissione dell’italiana Granarolo, la dice lunga su come ormai il cibo tricolore sia diventato terra di conquista dei predoni stranieri. Che spesso comprano le aziende italiane soltanto per potersi fregiare dell’etichetta prestigiosa, spostando produzioni e centri decisionali altrove. Prendi il marchio e scappa, insomma, come ha dimostrato il recente e famoso caso della Pernigotti di Novi Ligure: l’azienda che produceva cioccolata dal 1860, cioè da prima dell’unità d’Italia, quella che ha fornito la mensa dei re e dei principi, tanto da tenere lo stemma di casa Savoia nel suo simbolo commerciale, è stata venduta a un grande gruppo turco. Il quale, ovviamente, ha deciso di spostare la produzione in Turchia, Paese noto in tutto il mondo per il rispetto della democrazia e per la qualità dei gianduiotti. Ironicamente, eh.

L’elenco, per altro, potrebbe essere lunghissimo. I formaggi Galbani, Invernizzi, Locatelli e Cadermartori sono già dei francesi. Gli oli Carapelli, Sasso e Bertolli sono spagnoli. La birra italiana per eccellenza, la Peroni, è giapponese (dopo essere stata un po’ anche sudafricana). I vini Gancia sono russi. L’oro Saiwa brilla negli Stati Uniti, la Sperlari è tedesca, Orzo Bimbo francese, Martini e Rossi americana, come le Fattorie Osella, con buona pace di nonno Osella che oltre cent’anni fa scendeva dall’alpeggio per vendere i suoi formaggi a Carmagna Piemonte. Pummarò è degli spagnoli, Sogni d’oro pure, la Stock è passata a un fondo americano che ha subito provveduto a spostare lo stabilimento del brandy  da Trieste all’Est europeo. Conviene. Anche Plasmon, storica azienda italiana dei biscotti per l’infanzia, è passata sotto la bandiera a stelle e strisce: l’ha comprata la Heinz, quella del ketchup. Ma il matrimonio tra ketchup e biberon non è andato troppo bene. Prima sono stati annunciati licenziamenti, poi la vendita. Pare che compreranno i soliti fondi internazionali…

Certo, non tutti gli investimenti stranieri finiscono male. Ma è difficile chiedere la tutela dei prodotti italiani a chi sta nel Connecticut, nel Minnesota o alle isole Cayman, non trovate? E anche chi sta a Parigi. Prendete il caso Parmalat. È esemplare. Quando il commissario Enrico Bondi, ripulita l’azienda, la mise in offerta aveva un miliardo e mezzo in cassa e un sistema produttivo forte, radicato sul territorio, fortemente collegato con la filiera degli allevatori dell’Emilia. Nessuna azienda italiana la volle comprare: Parmalat finì ai francesi della Lactalis, proprio quelli che ora vogliono il Parmigiano Reggiano. Per qualche tempo non è successo nulla, ma nei mesi scorsi è cominciata l’opera trasferimento oltralpe. E a Parma c’è molta preoccupazione perché, se si sposta l’azienda,  quello che va in crisi non è solo un polo produttivo, ma un intero sistema economico radicato nella storia di quella terra.

E allora non dovremmo imparare a difendere di più i nostri tesori? Pensateci: il cibo è il nostro petrolio, abbiamo giacimenti ricchi come nessuno al mondo. Però ce li lasciamo portare via. Abbiamo permesso che fossero massacrati i risicoltori del Nord Ovest (con le importazioni scriteriate dalla Cambogia e dalla Thailandia), i produttori di pomodori, agrumi e olive (con le importazioni scriteriate dal Marocco, dall’Egitto e dalla Tunisia), abbiamo messo in ginocchio i nostri agricoltori, e adesso vogliamo completare l’opera con le poche aziende di trasformazione rimaste? Sarebbe paradossale riuscire in poco tempo a  distruggere la millenaria nostra tradizione gastronomica. Per poi, magari, ritrovarci tutti a festeggiare al sushi o al kebab, che fa tanto chic. n

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