Pagamenti Pa: ecco perché l'Europa non cede sul rapporto deficit/pil

I parametri di Maastricht vanno rispettati, ma l'Italia è tra i paesi più virtuosi dell'Eurozona

Olli Rehn e Mario Monti (Credits: Andreas Solaro/AFP/GettyImages)

Claudia Astarita

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Mario Monti ha telefonato ieri al vicepresidente della Commissione europea Olli Rehn per analizzare con lui i dettagli del decreto per i debiti della Pubblica Amministrazione, e per rassicurarlo sulla capacità dell'Italia di riportare il rapporto tra deficit e Pil sotto la soglia del 3%.

La conversazione tra Monti e Rehn è durata quasi un'ora, e oggi il portavoce della Commissione, Olivier Bally, ha manifestato l'apprezzamento dell'Unione per il programma di riduzione "di un ventesimo l'anno" del debito accumulato dalla Pubblica Amministrazione italiana, pur ribadendo la necessità di assicurare che Roma esca al più presto dalla procedura per deficit eccessivo.

Le imprese creditrici della Pubblica Amministrazione sono oggi 215.493, i crediti accumulati sfiorano i cento miliardi di euro, con una media di arretrarti per azienda creditrice di ben 422mila euro. Ritardi che hanno creato ancora più difficoltà a tutte quelle aziende che faticano a sopravvivere alla crisi. Lo dimostra il fatto che se il numero di fallimenti registrati tra il 2008 e il 2012 è aumentato del 72,2%, la crescita di quelli dipendenti dai mancati pagamenti ha superato il 114%.

L'Unione Europea sta monitorando da tempo questa situazione, consapevole che le fatture insolute rappresentano un rischio per la crescita in generale e per le piccole e medie imprese in particolare. Da qui la scelta a sollecitare l'Italia a varare una manovra sblocca debiti che possa garantire sia una copertura adeguata dei fondi da destinare all'estinzione dei debiti accumulati, sia il controllo della spesa. Perché senza questo tipo di tutela l'Italia rischia di sfondare il tetto di deficit programmato pari al 2,9% della ricchezza prodotta, al limite di quel 3% che Bruxelles considera invalicabile.

L'Europa, infatti, non potrà mai accettare che per alleggerire il fardello della Pubblica Amministrazione Roma smetta, ancorché temporaneamente, di rispettare gli impegni di Maastricht. Il tasso deficit/Pil è uno dei più importanti indicatori economici di una nazione, perché il rapporto tra la differenza tra uscite (spese) ed entrate (tasse) e la ricchezza complessiva prodotta indica, di fatto, lo stato di salute della sua economia.

Immaginiamo che la differenza tra uscite ed entrate sia positiva, e quindi che lo stato in questione abbia accumulato un deficit anziché un avanzo, è evidente che quest'ultimo rimane tollerabile se la perdita in rapporto alla ricchezza creata si mantiene su una percentuale bassa (il famoso 3% voluto da Bruxelles). Perché se così non fosse l'econnomia in questione si troverebbe in una situazione in cui oltre a predere soldi produrrebbe anche poca ricchezza. Scenario che comporta l'annullamento di crescita e sviluppo.

Eppure, anche se l'Europa insiste e vuole visionare il decreto sblocca-debiti per valutarne autonomamente serietà e sostenibilità, l'Italia non è certo la nazione che desta maggiori preoccupazioni da questo punto di vista. Già nel 2011 Roma era ben posizionata all'interno dell'Eurozona, e la diffusione dei primi dati relativi al 2012 confermano la sua performances positiva: perché se il rapporto italiano sta calando , la Francia è rimasta al 4,8, la Spagna al 6,7%, e la situazione resta critica anche per Portogallo, Grecia e Irlanda. Insomma, anche se quasi nessuno è riuscito a rispettare gli obiettivi stabiliti dodici mesi fa, l'Italia riuscirà a rientrare nei parametri di Maastricht, tanti altri paesi europei no.

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