Web tax: i vantaggi e rischi dell'introduzione in Italia

Il Fisco può recuperare tutto il gettito non versato dai colossi del web senza infrangere la legge, ma rischia di tagliare fuori molte imprese dal traffico pubblicitario globale

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Massimo Morici

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L’Italia lancia il guanto di sfida ai colossi del web d'Oltreoceano: dovranno pagare le tasse come tutte le altre imprese.

Già, perché giganti come Google e Amazon riescono a pagare il 30% in meno grazie a un sistema perfettamente legale (una triangolazione tra una sede irlandese, una olandese e una in un paese fiscale, dove gli utili d’impresa non vengono tassati).

Ma dall'anno prossimo potrebbero non farlo più: l’emendamento del Pd alla Legge di Stabilità approvato in Commissione alla Camera introduce in Italia la cosiddetta web tax.

In pratica, prevede l’obbligo di aprire una partita Iva italiana per tutti coloro che vogliono vendere pubblicità o servizi legati all’e - commerce. Google e Amazon comprese.

Ma quali sono i pro e i contro di un simile provvedimento?

Tra i vantaggi, ovvio, la possibilità di trattenere in Italia un gettito che ogni anno vola via verso paesi con regimi fiscali agevolati come l’Irlanda.

In questo modo i volumi realizzati dalla vendita di pubblicità, dall’e - commerce e dai giochi online nel nostro paese sarebbero fatturati e, quindi, tassati in Italia.

E non si tratta di una manciata di soldi. Anche se l’introito della pubblicità online è stimato attorno al miliardo di euro, per farsi un'idea di quanto perde ogni anno il nostro paese basta considerare che Google nel 2012 ha evitato di pagare quasi 9 miliardi di euro in tasse. 

Nonostante le intenzioni, però, la web tax italiana potrebbe rivelarsi un boomerang, come sottolineano molti esperti, perché in contrasto con il percorso avviato dall’Europa per la semplificazione degli adempimenti Iva transfrontalieri per il commercio elettronico e i servizi di telecomunicazione.

L’Italia rischierebbe così una procedura di infrazione proprio nell'anno del semestre di presidenza della Ue (dal prossimo giugno).

Non solo. Nella tagliola rientrerebbe qualsiasi società estera, ma anche un libero professionista o un free lance, che sarebbero costretti ad aprire una partita Iva o una sede solo per vendere pubblicità online in Italia, chiudendo così le porte a molte possibilità di business con aziende partner italiane. La nuova tassa, insomma, rappresenta anche un potente disincentivo agli investimenti esteri in questo paese.

Le imprese medio piccole di casa nostra, inoltre, rischierebbero addirittura di essere tagliate fuori dal traffico pubblicitario globale a causa del prevedibile aumento dei costi. 

Senza contare che per colossi con profitti oltre i nove zeri non dovrebbe essere difficile escogitare un nuovo stratagemma (sempre legale) per dribblare il fisco italiano.

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