Telecom Italia: la storia

Da quando si chiamava Stipel a Telefonica, tanti padroni e una sola costante: vendere gli asset e incassare

Franco Bernabé, presidente di Telecom Italia (Credits: DANIELE SCUDIERI / Imagoeconomica)

Cinzia Meoni

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Da pubblica a privata. Da italiana a straniera. Eccola la storia di Telecom Italia, Pper i primi 70 anni protagonista di un’esistenza tutto sommato tranquilla. Almeno fino alla privatizzazione del 1997. In origine era la Stipel anche se il nome risale alla notte dei tempi (ovvero alla fondazione del 1925), prima di diventare, all’alba degli anni ’60 Sip e poi trasformarsi nel 1994, con la fusione delle quattro società statali operative nelle telecomunicazioni, in Telecom Italia.  

- Tempo tre anni e, nel luglio del 1997, sotto la presidenza di Guido Rossi la società approda in Borsa a 10.902 lire per azione (5 euro circa, oggi ne vale 0,5). Lo Stato esce quasi completamente (prima mantiene il 3,5% del capitale poi solo la cosiddetta golden share, ancora in vigenza) e al suo posto subentra uno sparuto nocciolo duro di investitori italiani (capofila gli Agnelli tramite Ifil con lo 0,6% del capitale), non troppo entusiasti dell’affare posto che avevano conquistato solo il 6,62% del capitale complessivo del gruppo. L’avventura del nocciolo duro, sotto la guida (già allora) di Franco Bernabè, dura però decisamente poco.

- La società è una cash cow (ovvero macina cassa), il business è strategico, l’azionario è di fatto diffuso. Ecco quindi che all’alba del nuovo Millennio si affacciano i cosiddetti “capitani coraggiosi” (Emilio Gnutti, Roberto Colaninno e altri 180 imprenditori del nord) che, con l’appoggio di fatto del governo di Massimo D’Alema (che blocca l’alleanza con Deutsche Telekom proposta da Bernabè e non interviene nell'assemblea che avrebbe dovuto deliberare la strategia difensiva della società), danno l’assalto al gruppo con un’offerta pubblica di acquisto (arrivano al 51% del capitale) finanziata indebitandosi. E’ l’unica volta in cui il controllo di Telecom Italia passa dal mercato, ovvero vede coinvolti anche i piccoli azionisti. La scalata costa ai capitani coraggiosi la bellezza di 61 miliardi di lire che comunque prontamente vengono addossati alla società sotto forma di debiti. Nulla sarà più come prima.

- D’ora in poi Telecom Italia inizierà a fare i conti con un debito faraonico e gli innumerevoli piani industriali che si succederanno a Piazza Affari saranno all’insegna della prudenza, del taglio dei costi e delle cessioni, proprio mentre i big stranieri investono a larghe mani per rafforzarsi ed espandersi. Lo snellimento inizia già con l’era Colaninno che mette in vendita Meie, Italtel, Sirti.
Quella dei capitani coraggiosi è peraltro un’epopea di breve durata seppur, per loro, redditizia (la finanziaria lussemburghese Bell che deteneva il controllo di Telecom, aveva riportato una plusvalenza di 1,5 miliardi di euro).

- Nell’estate del 2001 la quota di riferimento della catena di controllo del gruppo viene ceduto a caro prezzo e subentrano al vertice Pirelli e la famiglia Benetton (Mediobanca e Generali entrano nel 2006). La musica non cambia: l’attenzione rimane sulla necessaria riduzione del debito, ma nonostante un ingente piano di dismissioni (immobili, Auna e Telespazio), le operazioni di accorciamento della catena di controllo, fanno esplodere il debito che sale a 44 miliardi di euro. È una via senza ritorno. Marco Tronchetti Provera non riesce a trovare l’indispensabile appoggio governativo a un piano di riorganizzazione del gruppo che, sulla carta, prometteva una riduzione della leva e garantiva alleanze internazionali (all’epoca si parlava persino di contatti con Rupert Murdoch).

- Di fronte all’impossibilità di procedere oltre, Pirelli si sfila dal timone del gruppo. È il marzo del 2007 quando viene dato l’annuncio e inizia la bagarre. Sono molti gli stranieri interessati comunque a Telecom Italia, un gruppo ancora ben saldo nel Paese e con numero di partecipazioni remunerative sparse ai quattro angoli del pianeta. Si fanno apertamente avanti At&t e America Moviles di Carlos Slim. Ma il governo si oppone: Telecom Italia costituisce un asset strategico dello Stato non può passare in mani straniere (sulla rete di telecomunicazioni passano infatti informazioni rilevanti economiche e militari).

- Viene quindi trovata una soluzione di compromesso e il controllo passa a Telefonica e a un pool di azionisti italiani (Generali, Intesa, Mediobanca e solo in un primo tempo Benetton). Il focus, anche sotto la nuova guida di Franco Bernabè, tornato al vertice, rimane la riduzione del debito colossale e di nuovo si procede alle svendite (tra gli altri: Alice France, Hansenet, Sparckle, BBned, Etecsa). 

- E siamo ad oggi: Telecom Italia è sempre più vicina alla Sip prima maniera ma, contrariamente alle origini, oggi sul gruppo pesano poco meno di 30 miliardi di debiti (con un margine operativo lordo di 10). Gli azionisti italiani, a sei anni dall’ingresso, stufi del costoso gioco patriottico (le minusvalenze sull’avventura hanno concorso a far chiudere in rosso Mediobanca), hanno gettato la spugna e ceduto il controllo a Telefonica. Oggi a quanto pare, contrariamente al 2007, il concetto di asset strategico dello Stato è passato di moda. E cosa farà il colosso tlc guidato da Cesar Alierta una volta arrivato a dentiere le redini del controllo? Probabilmente proseguirà con le svendite per ripianare il debito (quello di Telefonica ammonta a 51 miliardi di euro) ed evitare i problemi di antitrust in Brasile.

Insomma tanti padroni ma una sola costante: vendere gli asset e incassare.

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