Telecom Italia e l'assemblea di venerdì: ultima chiamata

Il fondo Blackrock, il ruolo della cordata di Marco Fossati e la banda larga: è sfida aperta sul futuro della compagnia

Marco Fossati (a sinistra) e Vito Gamberale – Credits: ALESSANDRO PARIS / Imagoeconomica

John Law

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Di questo passo, la banda larga in Italia sarà una cosa decente nel 2030. Tra diciassette anni. A questo deprimente risultato arriverebbe la strategia stand-alone di Telecom Italia, stando a ciò che ufficiosamente trapela delle stime di “Mister Agenda Digitale” Francesco Caio, incaricato da Letta di periziare, da un osservatorio al di sopra delle parti, lo stato dell’arte (si fa per dire) creato da sette anni di gestione “mediobancaria” di Telecom, nonostante i recenti (e tardivi) sussulti di attivismo del defenestrato ex presidente Franco Bernabè.

I compitini dell’attuale amministratore delegato di Telecom, Marco Patuano, saranno anche pieni di buona volontà, ma hanno le gambe corte.
Per la verità, questa data-traguardo del 2030 suona forte, come provocazione, suona “renziana”, ma altro non è che la precisazione del “worst scenario”, il caso peggiore, che proprio Caio aveva già fatto nel 2010, quando condusse esattamente la stessa perizia su incarico dell’allora ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani. E da quella verifica si aprì il famoso “tavolo Romani”, attorno al quale sedettero con (o contro!) Telecom Italia tutti i suoi concorrenti, da Vodafone a Wind a Fastweb, con la benedizione della Cassa depositi e prestiti.

L’idea era di indurre Telecom a cedere la proprietà, o per lo meno il controllo assoluto, della sua rete e conferirla in una società veicolo dove anche i concorrenti avrebbero dovuto conferire i propri asset, per più piccoli che fossero, e conguagli in denaro. Altro denaro, circa 3 miliardi di euro, doveva conferirli la Cassa depositi e prestiti, che per questo entrò in trattativa e ingaggiò un’estenuante partita a scacchi con Franco Bernabè, che valutava il 100% del suo “gioiello” la bellezza di 15 miliardi, contro gli 8 che all’inizio gli vennero controproposti.

La melina andò avanti mesi e mesi, la distanza si ridusse a soli 2 miliardi, da 10 a 12, ma intanto erano passati due anni, di crisi nera, politica ed economica, e tutto finì con lo sfarinarsi.

E dunque? Dunque è chiaro che Telecom Italia, di questo passo, si avviterà nella sua pur bella rete in rame e non darà al Paese ciò di cui il Paese ha bisogno. Una “certificazione” formale come quella che Caio si accinge a dare servirà, forse, a smuovere il governo – o meglio il premier Letta – da questa sua posizione di finta neutralità, che si è finora sostanziata in un chiaro appoggio ai progetti di Telefonica (“Nelle telecomunicazioni servono campioni europei”, disse a suo tempo il premier) e delle sue mire su Telecom. Se Letta batte un colpo sul tema, spronato anche da Renzi che grazie anche alla sua buona relazione con il capo di H3G in Italia Vincenzo Novari ne ha assorbito in parte l’opinione, ed è stato suffragato anche da Yoram Gutgeld, uno dei suoi economisti di fiducia…be’, il governo nel settore telefonico potrà ancora fare tanto, quasi tutto.

Basti pensare che l’80% del conto economico di una grande compagnia telefonica è direttamente influenzato dalle decisioni dell’Autorithy, e l’Agcom è da sempre attenta alla linea politica del governo.

Non va sottovalutato ancora oggi il ruolo della Cassa depositi e prestiti: socia al 48% di F2i nel capitale di Metroweb, la Cassa sa che la rete tlc è un asset strategico ma finora ha giustamente giocato di rimessa. Se il governo chiama, però, ha tutte le munizioni adatte a rispondere, e comprare del tutto o in parte sia la rete di Telecom che la stessa Telecom; e ne avrebbe anche l’interesse perché è ovvio che i 4 miliardi di euro che Metroweb ha previsto di spendere per cablare 30 città, se la rete Telecom non viene integrata nella nuova, rischiano di rivelarsi soldi buttati: sarebbe come comprare una Ferrari e poi girarci nei vicoli di Napoli. Se invece Telecom interconnette la sua rete a quella Fastweb, allora l’autostrada informatica diventa veloce sul serio, per tutti e quasi dappertutto.

Si sa che dentro F2i c’è un signore che Telecom la conosce come le sue tasche, perché l’ha gestita quand’era fortissima, ed è Vito Gamberale, oggi a capo di F2i e consigliere designato di Telecom in quota Fossati. Gamberale – per la cronaca – è la stessa peresona che già una volta ha “matato” gli spagnoli, quando Abertis nel 2006 tentò con due lire di comprarsi Autostrade dai Benetton i quali, forse inconsapevoli, gliela stavano vendendo finchè appunto Don Vito non diede fuoco alle polvere e suscitò un tale putiferio politico contro l’espatrio dell’Autosole che la cosa si ammosciò. Altri tempi, ma la grinta dell’uomo è intatta.

Ma tutto questo cosa c’entra, con l’imminente appuntamento assembleare di Telecom, convocato per il 20 dicembre con all’ordine del giorno la revoca del consiglio d’amministrazione chiesta dal socio di minoranza Marco Fossati (5,5%)? C’entra, c’entra: perché è chiaro che quell’assemblea, comunque vada tecnicamente, segnerà la spaccatura formale della governance aziendale, scandita peraltro dai rintocchi funerei di un fenomeno ormai già innescato, ovvero la “giudiziarizzazione” del caso.

Che infatti venerdì la holding Telco vinca il confronto in assemblea, col suo 22,4% di Telecom, magari aiutata da BlackRock, salita “con destrezza” al 10% del capitale (ma se votasse con Telco si rivelerebbe come “quinta colonna” degli spagnoli e, dicono dalle parti della Consob, “sarebbe volgare”); o che invece la vinca Fossati, con i fondi che ha saputo tirarsi al fianco; di sicuro i pasticci fatti, nel “pentolone” che la Consob dice di aver scoperchiato, dagli gnomi di Telecom di nomina mediobancaria sono tali per cui il dossier sta marciando a larghi passi verso la Procura di Milano. Non bastassero i riflettori dell’Antitrust brasiliano. Un tale ginepraio che forse nemmeno un “re di denari” come sono oggi Vodafone o Carlos Slim vorrà metterci le mani.

Ed è questa le beffa: per Telefonica, la migliore Telecom sarebbe stata quella di sua proprietà per quattro soldi, che avrebbe dovuto vendere Tim Brasil per abbassare il debito e non le avrebbe dato più pensieri su nessun mercato. Ma agli spagnoli non va poi così male una Telecom ingessata. Purchè non disturbi…

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