La spending review di Cottarelli e il modello canadese

Il commissario guarda a Ottawa che 20 anni fa ha aggredito tutto: dall’assicurazione per i disoccupati e la difesa, ai sussidi alle imprese e gli aiuti ai governi locali. Espulso il 19% dei dipendenti statali, gli esborsi del governo federale sono passati dal 22% del pil del 1995 al 15,9% del 2013

CARLO CARINO / Imagoeconomica – Credits: Carlo Cottarelli, commissario straordinario alla spending review

Stefano Cingolani

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Commissario Cottarelli, quando comincia?
Subito. I 25 gruppi di lavoro sono già formati.

E da dove comincia?
Non posso anticiparlo, ma non c’è dubbio che è più facile aggredire l’acquisto di beni e servizi.

Tutto va concentrato nella Consip, cioè la centrale di acquisti della pubblica amministrazione?
Non solo, c’è da mettere sotto controllo la spesa decentrata che non passa di lì.

E i dipendenti pubblici? Lei ha il potere di decidere quanti ne servono davvero e dove?
Non sono in grado di darle adesso una risposta, ma certo la domanda va posta.

Quindi, la sua spending review ha il compito di ridisegnare il perimetro dell’intervento statale?
Questo è l’obiettivo. Ma se vuole un’idea più precisa, guardi al modello canadese.

Il governo di Ottawa ha fatto da battistrada esattamente vent’anni fa con risultati eclatanti. L’inizio sembrò deludente, l’allora ministro delle finanze Paul Martin nel 1994 portò a casa risparmi modesti. Ma già dal secondo anno le cose cominciarono a cambiare, aggredendo tutte le voci: l’assicurazione per i disoccupati e la difesa, i sussidi alle imprese e gli aiuti ai governi locali. Sono stati espulsi 45 mila dipendenti statali, pari al 19% del totale. Gli esborsi del governo federale sono passati dal 22% del prodotto lordo del 1995 al 15,9% lo scorso anno. Se prendiamo anche i governi locali, la riduzione è ancor più consistente: dal 53 al 42% del pil. E il Canada è stato uno dei paesi che meno ha sofferto per la crisi del 2008. Difficile che Carlo Cottarelli, commissario per la spending review, arrivi mai a tanto ma su di lui vengono riposte grandi aspettative. “Voglio essere non l’uomo che taglia le spese, ma quello che consente di tagliare le tasse”, dice a Panorama.it. Tuttavia, nel decreto varato dal Parlamento non c’è automatismo tra quel che si risparmia sulla spesa e la riduzione delle imposte sul lavoro. “Enrico Letta si è impegnato e io sto a quel che dice il presidente del Consiglio”, taglia corto il commissario che viene dall’altra parte del mondo.

Un quarto di secolo al Fondo monetario internazionale gli ha insegnato sia a gestire apparati burocratici complessi, sia a capire entro quali confini politici si svolge il proprio mandato. Al Fmi ha seguito situazioni difficili, di paesi che sembravano economicamente condannati per sempre. E ha contribuito alla revisione del paradigma dominante, con una critica puntuale all’eccesso di austerità. A Washington ha lasciato la moglie che lavora alla Banca mondiale e due figli: il maggiore fa economia a Princeton, la minore si è appena iscritta all’Università. Prima di volare nella capitale americana, ha contribuito a costruire il modello econometrico della Banca d’Italia, insieme a Ignazio Visco: quegli anni giovanili, trascorsi a sudare su equazioni lineari e logaritmi, hanno cementato un’amicizia inattaccabile.

Cottarelli, che si riconosce nella definizione di keynesiano pragmatico, è dunque ben attrezzato, ma non avrà vita facile. Sulla carta gli sono stati concessi tre anni, però fra tre mesi tutti vogliono vedere i primi risultati e lui prende promette: “Ci saranno risparmi significativi già da quest’anno”. Secondo la legge di stabilità la prima riduzione, di circa 3,6 miliardi, avverrà nel 2015, poi altri 8,3 miliardi nel 2016 e 11,3 dal 2017. In sede politica, invece, si è deciso di andare oltre. Quanto e come non è definito, ma si pensa di anticipare tutto di dodici mesi. Ciò vuol dire che la prossima finanziaria potrebbe contare già su alcuni miliardi per il fondo riduzione delle imposte. Cifre ottimistiche, ma il commissario è convinto che il suo metodo funzionerà.

I canadesi hanno scelto di affidare ai singoli ministeri la stesura dei piani di risparmio, decisione che si è rivelata fondamentale per far emergere le singole decisioni di spesa. Cottarelli ha istituito 17 gruppi di lavoro verticali (cioè per ministero) e 8 orizzontali, cioè per capitoli di spesa. Sono composti da funzionari dello stato e accademici (a titolo gratuito), con un coordinatore che viene dal ministero. “Manterrò un’autonomia di giudizio rispetto a quanto emerge”, spiega il commissario che sarà coadiuvato da una decina di persone tratte dal sistema pubblico.

Un’organizzazione simile è stata adottata anche in Olanda nel 2009: venti gruppi, pienamente indipendenti, che hanno consentito risparmi fino a 35 miliardi di euro. Sembra un meccanismo farraginoso, però si spera di evitare la reazione di rigetto che ha colpito sia Piero Giarda sia Enrico Bondi. In Australia una prima spending review è fallita proprio per la riluttanza dei ministeri a fornire informazioni dettagliate.

Gli impiegati statali sono ovunque l’ostacolo principale. La Gran Bretagna, che è riuscita a trasformare la revisione della spesa in metodo permanente, prevede di tagliarne 490 mila entro l’anno prossimo. In Italia, il primo problema è la mobilità del personale e verrà affrontato da uno specifico gruppo focalizzato sul pubblico impiego. Ogni trasferimento, oggi, avviene su base volontaria il che vuol dire che, raggiunta la località ottimale dal punto di vista delle retribuzioni e delle condizioni di vita, nessuno si sposta più. Ciò vale per l’ultimo agente di polizia come per il prefetto, spiega la relazione Giarda riposta nel cassetto senza nemmeno discuterla. “Valuteremo con attenzione anche il documento Giarda”, promette Cottarelli. “Nel medio periodo, occorre trasformare i dirigenti pubblici in manager che gestiscono la spesa con l’obiettivo di fornire servizi di alta qualità al più basso costo possibile per il contribuente”. Si deve affrontare non solo l’efficienza, ma anche l’efficacia dei programmi, la riallocazione delle risorse, fino a decidere se e dove è davvero necessario erogare quattrini dei contribuenti. Qui le scelte tecniche diventano immediatamente politiche.

Ma prima di arrivare al nocciolo duro, le cose da fare sono moltissime. Un’idea che si sta verificando con la Ragioneria dello Stato e con il demanio, per esempio, è di concentrare in un unico stabile ogni presenza e funzione dello stato sul territorio, prendendo a modello il federal building delle città americane. Molto difficile mettere mano alla sanità. Il punto debole non è il livello della spesa che, in rapporto al prodotto lordo, è in media con i paesi industrializzati, ma la capacità di controllarne i flussi. Decidono le regioni ed è facile prevedere che faranno le barricate.

Le esperienze estere in questo caso non aiutano: in Finlandia gli enti locali sono fuori dai programmi di produttività; in Giappone le norme centrali vengono applicate su scala minore. Il punto di forza del sistema nipponico, però, è la condivisione delle scelte: le riunioni di revisione sono pubbliche e i programmi si possono reperire con estrema facilità. La trasparenza è un must anche per Cottarelli. Forse verrà il giorno in cui le sedute dei gruppi di lavoro saranno diffuse in streaming; per ora il commissario dovrà garantire che dagli armadi degli alti burocrati escano le carte giuste con cifre veritiere. Sarebbe già un grande risultato. In Canada è successo, perché non anche in Italia?
    

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