Reddito minimo e salari più alti: perché se ne discute in America e perché in Italia restano un miraggio

Il premio Nobel, Paul Krugman, invita ad alzare la paga-base dei lavoratori americani. Una proposta difficilmente applicabile nel nostro paese

Manifestazione in America per aumentare i salari minimi – Credits: Epa Photo/Ansa

Andrea Telara

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Paghe migliori, subito. E' il titolo che il premio Nobel Paul Krugman, noto economista di scuola keynesiana, ha scelto per il suo editoriale pubblicato la scorsa settimana sulle pagine web del New York Times. Krugman è intervenuto a gamba tesa in un dibattito molto acceso negli Stati Uniti, dove i lavoratori dei fast-food, proprio pochi giorni fa, hanno scioperato per 24 ore e sono scesi in piazza in oltre cento città, con una rivendicazione ben precisa: l'aumento del salario minimo federale, dagli attuali 7,25 dollari all'ora, fino a 15 dollari. Si tratta di una richiesta che potrebbe essere accontentata soltanto in parte dal presidente Obama, che ha parlato di un possibile aumento sino a 10,1 dollari.

PIU' OCCUPATI, MA PAGATI POCO

Con il tasso di disoccupazione tornato ai livelli del 2008 (7%) e con un pil che cresce a ritmi più che soddisfacenti (+3,6% nel terzo trimestre 2013), negli Stati Uniti c'è dunque chi vuole rimettere un po' di soldi nelle tasche dei lavoratori, per dimenticare la crisi e stimolare i consumi. Si tratta di una richiesta che si rafforza ancor di più, dopo i dati deludenti sulle vendite del Black Friday, il venerdì successivo al Giorno del Ringraziamento, in cui gli americani danno inizio allo shopping di Natale. Quest'anno, il Black Friday è stato infatti un mezzo fiasco: il numero di consumatori che hanno fatto acquisti è aumentato rispetto al 2012 ma la spesa pro-capite complessiva è diminuita di circa il 15%, facendo incassare ai rivenditori quasi 1,7 miliardi di dollari in meno. Questo calo potrebbe avere un significato preciso: benché gli statunitensi senza lavoro siano diminuiti, probabilmente ci sono ancora troppe persone pagate poco e che non hanno molti soldi da spendere.

Tra chi la pensa così c'è pure Krugman che, sempre nel suo editoriale sul New York Times, ha evidenziato come l'America di oggi sia una nazione più ricca rispetto a 40 anni fa, che ha però troppi lavoratori pagati poco. Nell'ultimo trentennio, secondo il noto economista, il salario di un lavoratore di basso livello nel settore del commercio al dettaglio è diminuito infatti di circa 30 punti percentuali, non in valore assoluto ma al netto dell'inflazione. Per questo, Krugman sostiene che ai dipendenti dei fast-food o dei grandi magazzini può essere benissimo concesso un aumento salariale, giacché i benefici di un provvedimento del genere sarebbero di gran lunga maggiori degli svantaggi. Il comparto del commercio, infatti, non è certo esposto alla concorrenza internazionale e il peso sulla competitività delle aziende di una crescita delle paghe orarie non sarebbe insostenibile. Nello stesso tempo, invece, un ritocco all'insù del salario minimo fino a 10,1 dollari porterebbe un po' più di soldi nelle tasche di ben 30 milioni di americani.

SALARIO MINIMO O REDDITO MINIMO?

A prima vista, la discussione tutta americana sugli aumenti delle retribuzioni potrebbe interessare molto anche l'Italia, visto il crollo vertiginoso dei consumi che si registra nel nostro paese. A ben guardare, però, il dibattito in corso negli Stati Uniti è difficilmente importabile al di qua dell'Atlantico. In Italia, infatti, non esistono dei salari minimi fissati per legge come in America perché, è bene ricordarlo, qui da noi ci sono i contratti collettivi nazionali di lavoro (firmati dal sindacato), che fissano l'ammontare della paga di base e vincolano le aziende a rispettarla. Il rischio di vedere dei lavoratori con salari da fame esiste invece per chi è assunto con un contratto precario, come le collaborazioni ultra-flessibili, che non sono regolate dagli accordi collettivi nazionali e che sono dunque sempre esposte a pratiche di sfruttamento Va ricordato, però, che l'ultima riforma del lavoro voluta dall'ex-ministro del welfare, Elsa Fornero, ha introdotto un principio: quello della giusta retribuzione, che deve essere corrisposta dall'azienda ai collaboratori precari e che si calcola sulla media tra i compensi di lavoro autonomo e gli stipendi del settore in cui l'impresa opera.

IL PROGETTO DEL REDDITO MINIMO GARANTITO

Discorso a parte, invece, per il reddito minimo garantito che è cosa ben diversa dalla paga-base fissata per legge, di cui si discute negli Usa. Il reddito minimo è un sussidio che viene dato ai cittadini meno abbienti, per esempio a chi è sotto della soglia di povertà, per garantirgli condizioni di vita più dignitose. Molti paesi europei hanno questo ammortizzatore sociale, l'Italia non ce l'ha. Il governo Letta ha messo in cantiere un progetto per istituire una forma di assistenza di questo tipo anche a Sud delle Alpi ma, per il momento, ha scelto di procedere a piccolissimi passi. Dal prossimo anno, in via sperimentale in alcune aree urbane, verranno istituiti nuovi sussidi per i poveri, che tuttavia somiglieranno più alla vecchia social card (che esiste da diversi anni) che non a un vero e proprio reddito minimo. La ragione di questa prudenza del governo non è difficile da capire. Dare un sussidio a tutti gli italiani in condizioni di povertà costerebbe circa 7 miliardi di euro all'anno: una cifra che l'esecutivo di Roma, in questo momento, non può o non vuole spendere.

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