Mps: licenziamenti, cessioni di agenzie e (si spera) nuovi soci

Presentato il piano lacrime e sangue per il triennio 2014-2017: 8.000 esuberi, 440 sportelli in meno e 2,5 miliardi di aumento di capitale. Altrimenti, via alla nazionalizzazione

La sede di Monte dei Paschi (Credits: Carlo Carino/ Imagoeconomica)

Cinzia Meoni

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Il Monte dei Paschi di Siena del futuro sarà una banca più snella e partecipata da altri azionisti di peso oltre che dalla Fondazione Mps (attualmente al 33,4% del capitale). È questo quanto traspare dal piano industriale 2014-2017 approvato dal consiglio di amministrazione. Un piano che guarda al ritorno all’utile (l’istituto senese ha chiuso il primo semestre del 2013 con una perdita netta di 380 milioni di euro) e al rimborso dei Mondi Bond (4,07 miliardi di prestito varato lo scorso gennaio dal Tesoro e su cui si attende il definitivo via libera di Bruxelles), a costo però di pesanti sacrifici.

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I numeri delle cosiddette "efficienze", ovvero il termine politicamente corretto per indicare chiusure e riduzioni del personale, sono di quelli che tolgono il fiato. Ma questo, per il management, è il costo da pagare per rimborsare il debito e tornare ad essere una banca commercialmente attraente.

La Rocca Salimbeni del futuro potrà infatti contare su 8mila dipendenti in meno (di cui 2.700 già fuori a fine giugno), quasi il doppio rispetto ai 4.640 dipendenti previsti dal precedente business plan da mandare a casa entro la fine del 2015. Non solo: in tutto sono previsti 550 sportelli in meno (di cui 400 già dismessi  a settembre), ben 150 filali in più rispetto al precedente piano industriale. Il tutto dovrebbe portare, a fine piano, a un taglio di 440 milioni di euro di spese amministrative (di cui 140 milioni già conseguiti a fine dicembre, rispetto ai 285 milioni del business plan precedente); a una crescita media annua del fatturato dello 0,8% e a 900 milioni di utile nel 2017 (dai 600 milioni di profitti attesi, dal precedente piano industriale, nel 2015). Il piano lacrime e sangue varato dal cda, dovrebbe servire all'istituto presieduto da Alessandro Profumo a voltare finalmente pagina dopo gli scandali finanziari e le perdite accumulate nel corso degli anni a seguito della colossale acquisizione di Antonveneta del 2007 (10 miliardi di euro complessivi), l'operazione all'origine di tutti i mali di Siena e responsabile di aver svuotato le casse della banca e della sua Fondazione.   

Il business plan non si ferma ai tagli, ma passa anche dall’ingresso di nuovi soci. Le porte del Monte si apriranno infatti ad azionisti volonterosi di apportare a Siena nuovi mezzi, entro fine 2014, con una ricapitalizzazione da 2,5 miliardi di euro (decisamente di più rispetto al miliardo inizialmente previsto). L'operazione è necessaria per rinforzare il capitale e rimborsare i prestiti governativi. Qualora per qualsiasi motivo l’aumento di capitale non fosse portato a termine, l'unica soluzione sarebbe la nazionalizzazione della banca più antica del mondo con lo swap tra debito e azioni. Il problema è che nuovi azionisti non se ne vedono. C'è chi sussurra un possibile interesse di Intesa Sanpaolo, ma per molti questa sembra essere più una speranza che altro.

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