La guerra del latte in Asia

La domanda europea ristagna, ma le multinazionali si consolano con il boom di latte e derivati in Asia. Dove però i governi dettano le loro condizioni

Scaffali di latte in polvere in vendita in un supermercato cinese (credits: AFP/Getty)

Gianluca Ferraris

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I colossi del latte puntano sull’Asia. L’India non ci sta, la Cina sì: ma come sempre, alle sue condizioni. Mentre fra Europa e Stati Uniti i consumi sono in stallo, quelli dei giganti crescono ininterrottamente da cinque anni (più 12 per cento il dato aggregato dei due mercati solo nei primi nove mesi del 2013): merito della classe media che spinge la domanda di yogurt, formaggi, gelati e altre specialità per le quali la produzione locale è quasi inesistente o molto in ritardo. Terreno di caccia ideale per le multinazionali di settore, che però nonostante i copiosi investimenti non sempre hanno avuto vita facile.

In India sta facendo scalpore la "guerra del cornetto" intrapresa dalla Gujarat, una federazione di piccole cooperative casearie del Nord del Paese, contro la Unilever. Colpevole, a suo dire, di utilizzare per i suoi gelati preconfezionati e per alcuni cibi pronti solo una minima percentuale di latte fresco, corretto con grassi vegetali. Comportamento legittimo, ma causa evidente del crollo della domanda industriale che sta mettendo in ginocchio i piccoli produttori nonostante i prezzi siano nel frattempo raddoppiati.

Scenario completamente opposto in Cina, dove dopo i molti scandali sul latte in polvere contaminato, anche nel settore infanzia si sono aperti spazi importanti per le multinazionali. Danone, per esempio, dopo essersi ritirata una prima volta dal mercato locale nel 2007, è tornata di nuovo alla carica con il lancio di Activia e, la scorsa estate, con una partnership che le assicura la commercializzazione di yogurt e latte pastorizzato in partnership con il colosso locale Mengniu, controllato dal ministero dell’Agricoltura e a sua volta fresco firmatario di un’altra joint-venture con i danesi di Arla (quelli del burro Lurpak). Il boom in doppia cifra di Ferrero non fa quasi più notizia, visto che basta passeggiare per le strade di una qualsiasi metropoli cinese per osservare come Nutella abbia conquistato migliaia di creperie di strada e negozi. Nestlè, che controlla invece due stabilimenti lattiero-caseari a Qingdao e Shuacheng, ha promesso 395 milioni di dollari di investimenti nei prossimi cinque anni, stesso importo e stessa durata degli stanziamenti programmati dal governo di Pechino per il settore lo scorso marzo e riconfermati in occasione dell'ultimo Plenum.

Il governo sembra infatti essersi accorto rapidamente dell’importanza strategica dell’"oro bianco" e l’approccio scelto è lo stesso già adottato con successo in passato per molti comparti industriali: favorire l’ingresso di partner occidentali come garanti di qualità e portatori di know how e marchi noti, ma puntare sulle collaborazioni per dare contemporaneo impulso alla produzione autoctona. È anche per questo motivo che Xi Jinping e Li Kequiang non intendono mollare la presa su Yunnan e Xinjang, le due regioni a forte componente separatista (la prima comprende il Nepal, la seconda è a maggioranza uigura, cioè musulmana) ma anche le uniche dotate di una tradizione importante da questo punto di vista. 

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