Finmeccanica, il colosso globale

Ben 12 miliardi di fatturato a settembre, 2,3 miliardi di utile, 40 mila dipendenti in Italia e 30 mila all'estero. E l'auspicio che la politica faccia la sua parte

Giuseppe Orsi, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica (Credits: Daniele Scudieri/Imagoeconomica)

Stefano Caviglia

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A ben poche aziende italiane, per non dire nessuna, l’aggettivo "globale" si adatta come a Finmeccanica. Ed è proprio questa sua caratteristica a rendere difficile qualsiasi valutazione sull’impatto che l’arresto del presidente e amministratore delegato Giuseppe Orsi potrà avere sull’attività del gruppo. Finmeccanica è presente nei cinque continenti del mondo con attività che richiedono un livello altissimo di specializzazione e di integrazione fra scelte aziendali e strategie governative. In altre parole, è vero per Finmeccanica lo stesso che vale per l’Eni: è un pezzo della politica estera nazionale trasformato in una serie di business in cui la credibilità italiana presso apparati statali e opinioni pubbliche dei vari paesi rappresenta una variabile di importanza fondamentale.

Stiamo parlando innanzitutto di tecnologie usate per la difesa e la sicurezza (dai sistemi elettronici a intere parti di elicotteri e aeroplani), a cui si affianca una quantità di attività meno cruciali ma non per questo poco rilevanti nei settori civili (trasporti ed energia soprattutto). A partire dai primi anni Duemila tutti questi settori hanno portato Finmeccanica e le sue aziende, sotto la guida dell’allora presidente e amministratore delegato Pier Francesco Guarguaglini, a sviluppare iniziative strategiche soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, con presenze significative anche in diversi altri paesi, dal Brasile alla Polonia, dall’India all’Australia. L’obiettivo strategico era quello di specializzare l’azienda il più possibile nel settore difesa e aerospazio per poi cedere alle condizioni migliori le attività legate al settore civile.

Anche le cifre assolute, inoltre, hanno la loro importanza: nel 2011 Finmeccanica ha fatturato più di 17 miliardi di euro (più di 12 nei primi 9 mesi del 2012) con un risultato netto di 2,3 miliardi.
Per capire quanto può essere grande l’impatto di queste cifre sull’economia italiana basti dire che le aziende di Finmeccanica hanno impianti produttivi di una certa importanza in Piemonte, Liguria, Lombardia,Toscana, Lazio, Campania e Puglia e che i dipendenti solo in Italia sono 40 mila, a cui bisogna poi aggiungere i 30 mila all’estero.

Che cosa ne sarà di tutto questo? Gli osservatori se lo stanno chiedendo almeno dal 2011 quando, vuoi per le inchieste della magistratura vuoi per una serie di problemi emersi nel business in vari paesi (non ultimi gli Usa, dove l’amministrazione Obama ha bloccato la fornitura degli elicotteri Marine One destinati alla Casa Bianca) si è capito che il modello Guarguaglini era entrato in crisi, senza che ne emergesse uno alternativo.

Ora siamo a un’altra svolta drammatica, ma il problema è sempre quello. Che cosa bisogna fare di Finmeccanica? Un colosso di tali dimensioni non può vivere alla giornata. Deve avere una direzione chiara sia sul fronte delle strategie industriali sia su quello della presenza internazionale.

Sul fronte aziendale fonti vicine alla società, secondo l'agenzia Ansa, hanno fatto sapere che non ci sarà vuoto di potere e una garanzia di piena operatività gestionale, assicurate dal fatto che il direttore generale Alessandro Pansa, in quanto anche membro del board, ha già ampie deleghe.

Le inchieste della magistratura faranno il loro corso, ma nel frattempo c’è una parte che spetta alla politica. Sicuramente il dossier Finmeccanica sarà ben in vista sul tavolo del prossimo presidente del Consiglio. Ma visto che prima della sua piena operatività passeranno ancora diverse settimane e nel mondo del business il tempo invece stringe, non sarebbe male se anche il governo in carica cominciasse a far capire che cosa ha in mente per la più importante azienda italiana.

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