Fiat e il Piano Europa: una minaccia per l'Italia

Ad ottobre Marchionne metterà in concorrenza stabilimenti italiani ed europei. E a soffrire sarà Mirafiori

Sergio Marchionne, numero uno del gruppo Fiat-Chrysler (Credits: Fabio Ferrari - LaPresse)

Marco Cobianchi

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Da Piano Fabbrica Italia a Piano Europa. Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, vuole reagire alla pessima accoglienza che la borsa ha riservato (-4,4% ieri, circa più 0,15% oggi a metà pomeriggio grazie alla diffusioni dei dati di vendita di Chrysler) ai conti del primo semestre del gruppo (737 milioni il risultato non confrontabili con quelli del primo semestre 2011). E lo fa reimpostando il programma industriale dei prossimi anni.

Nell’aprile del 2010, quando si pensava che la crisi economica si potesse archiviare come una “normale” fase ribassista del ciclo economico, il gruppo torinese aveva promesso di investire 20 miliardi di euro per raggiungere nel 2014 quota 1,4 milioni di auto vendute. Obiettivo che sembra difficilissimo da raggiungere anche perché, come ha detto Marchionne, “nei prossimi anni molti Paesi avranno il problema di ridurre” il numero di fabbriche.

Ecco perché sentir parlare di Piano Europa mette in allarme i sindacati. Perché parlare di Europa significa coinvolgere nei progetti futuri del gruppo, per un’eventuale riduzione del numero di fabbriche, soprattutto l’Italia. In Europa la Fiat ha 7 stabilimenti, uno in Serbia, uno in Polonia e 5 in Italia. Tra questi quello che sta vivendo il momento peggiore è Mirafiori dove è in programma l’avvio della produzione dei cosiddetti B-Suv (Fiat e Chrysler) e dove lavorano anche circa 5 mila impiegati che coordinano le operazioni mondiali di tutta la società. Ora, da voci provenienti dai fornitori, pare che il programma abbia avuto una battuta d’arresto.

Un guaio, anche perché nel giugno del 2004, quando Marchionne venne nominato amministratore delegato, Mirafiori aveva 5 linee di montaggio e 7 modelli mentre oggi ha un solo modello, la Mito, e si lavora solo 3 giorni al mese per una produzione totale di appena 50 mila vetture. Ecco: il rischio è che il 30 ottobre prossimo, quando Marchionne presenterà il suo nuovo Piano Europa, metta in concorrenza tra loro l’efficienza produttiva degli stabilimenti italiani ed europei e, tra questi, quello che uscirebbe perdente è Mirafiori. Unica possibilità di salvezza: che la proprietà, la famiglia Agnelli rappresentata dal presidente Yaki Elkann, ne impedisca la chiusura in nome della “torinesità” della Fiat .

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