Evasione all'estero: perché non siamo riusciti a vincerla

Saccomanni tratta con Berna per un accordo sull'espatrio dei capitali mentre entra in vigore una sanatoria del governo. Ma la battaglia contro chi porta i soldi oltreconfine è ancora dura

La frontiera tra Italia e Svizzera – Credits: (Credits: Matteo Bazzi/Ansa)

Andrea Telara

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Un accordo con la Svizzera entro pochi mesi, sui capitali esportati illegalmente all'estero. E' l'auspicio giunto ieri dal ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni , al termine dell'incontro con con la consigliera federale elvetica, Eveline Widmer-Schlumpf. L'obiettivo è di giungere a un'intesa prima di maggio, quando è prevista una visita ufficiale a Berna del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

GLI OSTACOLI ALL'ACCORDO

Nonostante l'ottimismo di Saccomanni, però, sulla strada che porta all'accordo ci sono alcuni ostacoli tutt'altro che trascurabili. Quali? Per capirlo, bisogna fare qualche passo indietro. Da tempo, l'Italia tratta con Berna per giungere a un'intesa che favorisca l'emersione dei capitali esportati irregolarmente nella Confederazione Elvetica, come hanno già fatto altri paesi, per esempio l'Austria o la Gran Bretagna. Ci ha provato anche il governo Monti che, senza successo, ha negoziato un accordo simile a quello di altre nazioni e basato su un meccanismo che gli addetti ai lavori chiamano Schema Rubik.

In pratica, secondo lo Schema Rubik, chi ha portato i soldi in Svizzera può mantenerli dove sono, senza dichiararli, ma deve rinunciare al segreto bancario, consentendo alle autorità elvetiche di fornire informazioni al paese di residenza. Chi sceglie questa strada, dunque, corre il rischio concreto di finire prima o poi sotto la lente del fisco del proprio paese. In alternativa, chi ha esportato i soldi in Svizzera può mantenere il segreto bancario, ma dovrà assicurare in cambio una sostanziosa contropartita: il pagamento di un una tassa patrimoniale sulla ricchezza posseduta (che viene incassata da Berna e girata ai governi degli altri paesi), a cui si aggiungono ogni anno le imposte che gravano sui rendimenti realizzati con il capitale investito.

ECCO COME FUNZIONA LO SCHEMA RUBIK

Peccato, però, che per l'Italia questo schema Rubik sia ormai roba vecchia perché, da gennaio scorso, nella normativa sui capitali all'estero, è arrivata una novità importante. Il governo Letta ha infatti approvato un nuovo scudo fiscale (anche se formalmente non lo chiama così), su tutti i soldi esportati illegalmente oltreconfine (non solo in Svizzera ma anche in qualsiasi altro paese). Chi ha portato i soldi all'estero, infatti, può effettuare una sorta di autodenuncia (voluntary disclosure), indicando tutte le attività finanziarie detenute al di fuori dall'Italia.

LA SANATORIA DI LETTA

Chi fa la voluntary disclosure deve pagare le tasse non versate (anche quelle del passato) ma beneficia di una riduzione delle sanzioni previste dalla legge. In particolare, se i capitali risultano esportati in uno stato incluso nella white list del fisco (cioè in un paese che ha stipulato accordi con l'Italia per lo scambio di informazioni fiscali), la sanzione verrà ridotta alla metà. Se invece il paese di destinazione dei soldi è incluso nella black list dell'amministrazione finanziaria (cioè  non autorizza lo scambio di informazioni come la Svizzera), allora le ammende vengono ridotte di un quarto. “A ben guardare”, ricorda Sergio Sirabella, tributarista e counsel dello studio Legalitax, “l’introduzione da parte del governo italiano della voluntary disclousure, non costituisce un’iniziativa isolata”. Molti paesi che aderiscono all’Ocse come la Francia, la Germania, l’Inghilterra, il Canada o gli Stati Uniti, hanno infatti avviato già da tempo programmi di questo tipo (come evidenziato in un documento redatto nel 2010 dalla stessa Ocse).

NESSUNO SCONTO

Il decreto sulla voluntary disclosure, firmato due giorni fa dal capo dello stato, ha dunque cambiato le carte in tavola. Mentre l'Agenzia delle Entrate sta preparando i moduli per aderire a questa sanatoria sul rientro di capitali, Saccomanni ha infatti precisato che un eventuale accordo con la Svizzera non potrà essere “peggiorativo” delle leggi attualmente in vigore o addirittura in contrasto con le norme che già esistono in Italia. Ciò significa che Roma non intende fare sconti a nessuno, né tanto meno creare corsie preferenziali per chi ha portato i soldi in Svizzera. Allora, sorgono spontanei alcuni interrogativi: a cosa servirebbe un' intesa con la repubblica Elvetica, visto che il governo Letta ha già introdotto la voluntary disclosure, che vale per tutti i paesi? Su cosa si metteranno realmente d'accordo Roma e Berna?

IL TABU' DEL SEGRETO BANCARIO

E' proprio qui il nocciolo della questione. La voluntary disclosure permette infatti la regolarizzazione dei capitali esportati ma, nel contempo, chiede ai contribuenti di pagare tutte le tasse e di rinunciare all'anonimato, cioè di farsi conoscere al fisco pagando anche delle sanzioni, seppur ridotte. Dal canto suo, però, la Svizzera ha sempre voluto conservare gelosamente (almeno sinora) il segreto bancario che, secondo Sirabella, è sempre stato e sarà anche in futuro il principale ostacolo a una efficace lotta contro l'evasione fiscale all'estero e contro il riciclaggio.

Anche nell'ipotesi che Berna accetti un maggiore scambio di informazioni con il fisco italiano, per il tributarista dello studio Legalitax c'è comunque un altro fattore da non sottovalutare: è il rischio che le banche svizzere siano spinte a spostare i capitali detenuti dai nostri connazionali nei loro forzieri, verso le proprie filiali situate in altri paradisi fiscali. Se vuole realizzare un accordo davvero efficace con gli elvetici, dunque, per Sirabella il governo di Roma non deve affatto ignorare questo aspetto. Altrimenti, la strada per lotta contro l'evasione all'estero rimarrà ancora tutta in salita.

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