Crisi, la Bce può non bastare

Per il Financial Times, Draghi dovrebbe muoversi sulle orme della Fed. Ma per gli economisti il nodo della crisi resta politico

Mario Draghi, presidente della Bce (Credits: EPA/ARNE DEDERT)

Micaela Osella

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Nessuna traccia della grande tempesta d’agosto in Borsa. La buriana non soffia sui listini d’Europa che inaspettatamente negli ultimi dieci giorni hanno regalato sedute senza troppi sussulti. Abbassare la guardia resta però tutta un’altra storia. “I volumi in questo mese sono volatili e sottili, un po’ come la crisi del debito che stiamo vivendo”, scrive Sebastian Mallaby, autorevole collaboratore del Financial Times . “Anche se la Banca centrale europea riprenderà ad acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà è ancora troppo poco” per imprimere una svolta.

Perché come osserva Nick Kounis, economista di Abn Amro, la politica monetaria non è una pallottola spuntata. “Non saranno le regole di Draghi a cambiare le carte sul tavolo, ma solo un’azione politica coraggiosa da parte dei governi”. Come dire: non è a Francoforte che bisogna guardare, bensì a Bruxelles.

Niente illusioni. Il presidente della Bce ha annunciato che farà quanto gli è possibile se la crisi morderà duro, ma ricorda Mallaby “l'esperienza americana insegna che c'è una gran differenza tra il quantitative easing statunitense , ossia una politica monetaria aggressiva, e l'intervento tiepido che Draghi ha in mente”. Qui in Europa i Paesi per beneficiare di una mano dall’Eurotower devono richiedere un salvataggio formale e accettare di subirne le condizioni dettate dalla Germania. Solo allora qualcosa si muoverà.

La debolezza di questa strategia è evidente per la firma del Financial Times. Francoforte può comprare i titoli di Stato a breve dei Paesi, alimentando però le diffidenze su cosa potrebbe succedere in futuro, mentre non si pone problemi di fronte alle banche in difficoltà che hanno in pancia quelle stesse obbligazioni sovrane. “E questa schizofrenia – rimanca Mallaby - va eliminata”. Peccato che i falchi alla Bundesbank pestino i piedi: continuano ad affermare che acquisti incondizionati di titoli di Stato compromettono l'indipendenza della Bce.

"Eppure oggi il quantitative easing è diventato parte del kit che hanno i banchieri centrali; tutto questo ha il sapore della retorica". La Banca centrale europea si sta ritagliando un ruolo politica che gli permetterà di decidere se rispettare o meno i trattati che le impongono di non essere prestatore di ultima istanza, ossia di non poter fornire a tempo indeterminato liquidità ai mercati, è il succo del suo ragionamento. Come dire se Draghi vuole tener fede a quanto dichiarato a fine luglio – che l’euro è una scelta irreversibile dovrà rompere questo tabù.

“Esiste una crescente possibilità che la Bce possa facilitare la politica monetaria muovendosi sui tassi di interesse in maniera strategica, sostiene Nick Kounis, economista di Abn Amro. Nessuno può dire di aspettarsi che il risultato di una simile iniziativa possa avere un grande impatto economico, di certo avrà un effetto positivo che è meglio di niente”. Però se si vuole fare il salto di qualità, il terreno da esplorare è un altro. A suo avviso “un ritorno di fiducia e soprattutto una ripresa economica si concretizzeranno solo grazie a un'azione politica coraggiosa da parte dei governi nell’affrontare a muso duro la crisi dell'euro, piuttosto che votandosi alle regole della politica monetaria”.

Domani è un altro giorno, diceva qualcuno. E a questo punto speriamo che prima o poi nelle ovattate stanze dove si riuniscono i Capi di Stato e i leader dell’Eurozona quelle riunioni portino davvero consiglio.

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