Banche e Bce: chi perde (e chi no) con la vigilanza unica

Le più penalizzate saranno le grandi Popolari italiane e Mps. Si salva, invece, gran parte del sistema bancario tedesco

La sede della Bce a Francoforte (Sergio Oliverio / Imagoeconomica)

Massimo Morici

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Mancano due giorni al passaggio della supervisione bancaria dalle authority nazionali alla Bce. Il cambio di regime riguarda le più grandi banche europee considerate di rilevanza sistemica: in tutto 130, di cui 15 italiane.

Un passo necessario - ha ricordato di recente il numero uno dell'Eurotower Mario Draghi - per costruire l'Unione Bancaria Europea, che porterà all'accentramento di tutte le attività di controllo a Francoforte garantendo una maggiore stabilità all'Eurozona: secondo Bruxelles, infatti, il nuovo sistema permetterà in pochi anni di superare la segmentazione del settore bancario su base nazionale, ponendo le basi per recidere il legame tra rischio bancario e rischio sovrano.

Ma al di là delle intenzioni politiche, quali saranno gli istituti che saranno maggiormente penalizzati dalla nuova doppia vigilanza, europea e nazionale?

Salvi i piccoli istituti
Per le piccole banche non cambierà nulla: continueranno a rimanere sotto la lente delle autorità nazionali (Bankitalia nel nostro Paese). Lo ha chiesto la Germania, che più degli altri partner era interessata a "proteggere" le centinaia di sparkasse e banche regionali controllate dai lander (le regioni tedesche).

Si tratta di piccoli istituti pubblici e gestiti, spesso e volentieri, con criteri politici: la più grande economia europea, infatti, ha il più piccolo sistema bancario del Vecchio Continente, formato per la maggior parte da istituti che non superano le dimensioni "parrocchiali", chiosava un anno fa, non senza ironia, il settimanale The Economist.

Grazie alla Merkel, tira un sospiro di sollievo da noi tutta la galassia del Credito Cooperativo (ma non la holding), ma anche le più piccole casse di risparmio e le popolari rimaste a livello regionale.

Le 15 italiane nel mirino della Bce
Le banche nostrane che passeranno a novembre sotto la lente di Francoforte (sede della Bce) sono 15: i colossi Intesa Sanpaolo e UniCredit, Mps, Ubi Banca, la banca di sistema Mediobanca, cinque grandi popolari (Popolare dell’Emilia Romagna, Popolare di Milano, Popolare di Sondrio, Popolare di Vicenza, Banco Popolare), Carige, Credito Valtellinese, Credito Emiliano, Iccrea Holding (controllata dalle Bcc) e Veneto Banca.

Questi istituti medio - grandi o di grande dimensione, per ottenere una valutazione positiva dovranno possedere un indicatore (il Common Equity Tier 1), che misura la solidità confrontando il capitale a disposizione con le attività impiegate sul mercato (dai prestiti ai titoli obbligazionari posseduti), superiore all'8%: chi rimarrà sotto questa soglia dovrà rafforzarsi attraverso un massiccio aumento di capitale.

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Le 5 italiane che rischiano di più
Ecco perché i timori riguardano soprattutto cinque banche medio - grandi attive sul territorio nazionale: Mps, Banco Popolare, Carige, Bpm e Creval.

A causa della bassa base di capitale e della debole qualità degli attivi, si legge in un recente report l'agenzia di rating Moody's , potrebbero essere penalizzate dall'esercizio della Bce, che misurerà il grado di rischio a cui risulta esposta ogni banca, valuterà la qualità delle componenti del patrimonio e sottoporrà le stesse a un nuovo stress test.

Con quali conseguenze? Ad esempio, saranno penalizzate le banche italiane, le quali, spinte proprio dalla Bce, si trovano ora in pancia 300 miliardi di euro in Btp, che hanno un rating vicino a "spazzatura" , rispetto a quelle concorrenti europee, che, per esempio, hanno preferito i Bund o gli OAT francesi, entrambi con la tripla A.

E i cinque istituti italiani citati da Moody's, che lo scorso anno, alla pari delle altre banche, si sono riempiti di titoli di Stato italiani, avranno serie difficoltà il prossimo anno a rafforzarsi con risorse proprie, aprendo lo spiraglio, secondo l'agenzia di rating, alla possibilità concreta di un intervento pubblico, se non addirittura di un salvataggio, con le conseguenti perdite per azionisti e obbligazionisti junior.

A pagare il conto, così, alla fine saranno sempre i piccoli risparmiatori italiani.

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