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Petrolio, così l'Opec fa la guerra a Usa e Urss

La decisione di far scendere ancora il prezzo danneggia l'economia russa e mette fuori gioco la concorrenza dello shale gas. Ma c'è un rischio...

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Marco Cobianchi

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L'andamento del prezzo del petrolio


Nel grafico è indicato l'andamento del petrolio Brent Wti che mostra un crollo del prezzo di circa il 30% in pochi mesi da oltre 110 dollari ai 66,15 dollari, il minimo dal 2009 (ultimo aggiornamento al 28 Novembre). A parte il fatto che nello stesso periodo il prezzo del carburante alla pompa, invece, nello stesso periodo, è calato di appena lo 0,6%, quello che è importante è capire il motivo del crollo del valore dell'oro nero.

La responsabilità maggiore è dello shale gas, cioè di quel procedimento attraverso il quale gli Usa riescono ad estrarre petrolio dalle pietro bituminose. Le riserve di shale gas in America sono stimate in 3 trilioni di barili, cioè più di tutto il petrolio estratto finora. Ma per ottenerlo occorre molta energia e molta acqua e i costi, per decenni (il primo giacimento di shale gas è stato scoperto in Usa nel 1924) non sono stati competitivi con i costi di estrazione e trasporto del petrolio. Il tentativo è andato a buon fine circa 10 anni fa quando la Shell ha trovato la tecnologia giusta e, da allora, l'America ha fatto sempre più ricorso a questa nuova fonte d'energia tanto da puntare alla autosufficienza energetica. L’aspetto interessante della vicenda è che secondo i dati provenienti da diverse fonti ufficiali e raccolti da John R. Dyni nel suo libro “Oil Shale” pubblicato nel 2003, l’Italia ha una riserva “nascosta” di oltre 150 milioni di barili di shale gas. 

La concorrenza costituita dallo shale gas è il motivo per il quale l’Opec ha deciso di mantenere bassi i prezzi del petrolio che viene estratto e commercializzato dai 12 Paesi partecipanti al cartello. Il calo del prezzo, dovuto anche al ritorno sul mercato, soprattutto da metà agosto in poi, dei Paesi che hanno vissuto delle guerre civili, ha, come detto, poche conseguenze sul consumatore italiano visto che circa il 60% del prezzo del carburante è costituito da tasse che non scendono. Anzi: se il calo del prezzo del greggio si trasferisse davvero al prezzo del carburante alla pompa ciò potrebbe essere un incentivo per i governi ad aumentare le tasse senza il rischio di fare aumentare il prezzo del carburante oltre il livello al quale i consumatori sono abituati a comprarlo. Ma a livello globale le conseguenze sono molte. Innanzitutto far scendere il prezzo del petrolio mette in crisi l’economia russa, già colpita dalle sanzioni economiche attivate dopo la vicenda Ucraina: basti dire che da gennaio a fine novembre la capitalizzazione di borsa della principale società energetica russa, Rosnesft, è calata del 38%. In secondo luogo l'Opec, che punta a mettere fuori gioco lo shale gas per continuare a mantenere gli Usa dipendenti dal petrolio che i Paesi aderenti producono e vendono, potrebbe dover fronteggiare una spaccatura al suo interno perché ogni partecipante al cartello ha un proprio break even. Cioè: ogni Paese, per sostenere il costo della propria spesa pubblica, ha bisogno che il petrolio che esporta abbia un certo prezzo al barile. L’Iran, ad esempio, ha bisogno che il prezzo per barile sia intorno ai 130 dollari al barile mentre al Qatar bastano 60 dollari al barile, poco inferiore al prezzo di apertura di ieri del Brent sul mercato americano pari a circa 69 dollari. All’Ecuador occorre che ogni barile costi 120 dollari mentre al Kuwait 54 e agli Emirati Arabi Uniti 77 dollari. 


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