Nimby in calo, ma non è una buona notizia

Il rapporto annuale che misura le contestazioni a grandi opere e impianti industriali, ha censito 336 casi contro i 354 di un anno prima. Ma la diminuzione, la prima in nove anni, non segnala un miglioramento della situazione. È piuttosto la spia della frenata degli investimenti in Italia. Provocata anche da episodi come quello di Castelgiorgio...

Un gruppo del comitato No Tav – Credits: Ansa

Alessandro Beulcke

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Alessandro Beulcke è presidente Aris-Nimby Forum

A Castelgiorgio, in Umbria, in inverno può fare anche molto freddo. Sottoterra, invece, fa sempre molto caldo. È la geotermia, il calore della terra veicolato dall’acqua: risorsa naturale di cui l’Italia abbonda in Toscana, Umbria, Lazio e Campania. La Itw&Lkw Geotermia Italia, società svizzera che dal 1923 produce energia elettrica da fonti rinnovabili, ha progettato a Castelgiorgio due piccoli impianti geotermici da 5 megawatt elettrici ciascuno. Fonte pulita e rinnovabile, a zero emissioni, un impatto paesaggistico quasi inesistente, un investimento sul piatto di 45 milioni di euro e la possibilità di regalare calore a tutto il comune. Più un altro milione e mezzo di una tantum.

Ora il progetto è nella fase conclusiva della Via (Valutazione impatto ambientale), ma la strada per raggiungere la sperabile autorizzazione è stata tortuosa come una di quelle che attraversano le bellissime colline della zona. Ancora una volta, l’effetto Nimby: not in my back yard, non nel mio cortile. In realtà, per la prima volta in nove anni, il numero dei casi Nimby censiti nel Rapporto annuale è un po’ calato: 336 invece dei 354 dell’anno prima. Una buona notizia? Non esattamente. Questo dato dovrebbe essere senz’altro salutato con ottimismo, ma a condizioni di crescita economica e di rilancio industriale perché sarebbe il segno evidente di una trasformazione in corso. La realtà è però ben diversa.

La supposizione più attendibile è invece quella che a determinare il segno meno nella rilevazione non sia un diverso atteggiamento dei "signor No a tutto", tanto meno lo snellimento della burocrazia (origine, va detto, tra le principali del fenomeno Nimby). Banalmente, è probabile che la causa sia da rintracciare nel sensibile e duraturo calo degli investimenti nel nostro Paese. In Italia, dunque, si contesta meno perché diminuisce nel complesso il numero dei progetti. Un’ipotesi interpretativa, la nostra, suffragata da alcuni dati pubblicati da istituti nazionali e internazionali. Il Censis, nel suo ultimo rapporto, rileva come gli investimenti diretti in Italia siano diminuiti, nell’arco di 5 anni, dall’inizio della crisi finanziaria globale, del 58 per cento. Un dato cauto, se confrontato con quello rilevato dall’Unctad (United nations conference on trade and development) che parla invece di un calo degli investimenti verso il nostro Paese pari al 70 per cento nell’arco di un solo anno.

Un impoverimento grave, quello che riscontriamo, delle cui conseguenze a lungo termine forse non si ha ancora piena consapevolezza. L’immagine di un Paese dove sempre più prende piede un atteggiamento ostile all’industria ha varcato i confini, contribuendo a minare la credibilità del sistema Italia. E un Paese che non si prende cura della propria reputazione attrae meno investimenti e si espone maggiormente ai venti avversi della crisi economica. Secondo lo studio Agici-Bocconi si tratta di 40 miliardi di euro di "costi del non fare". Lo Sblocca-Italia, annunciato a giugno dal presidente del Consiglio, saprà recuperarli? Vedremo. Ma se a Castelgiorgio i cittadini si scalderanno gratis, sarà già un primo piccolo passo per diventare un Paese normale.

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