Economia

Monti, il Consiglio dei Ministri e lo sviluppo che non può più aspettare

Imprese, infrastrutture, abbattimento del debito. Il Consiglio dei Ministri di oggi deciderà l'agenda dell'autunno. Che questa volta non può essere piena solo di buone intenzioni per la crescita

Mario Monti

C’è una vecchia centrale termoelettrica dell’Enel, che da dieci anni è stata riprogettata per funzionare a biomasse, nel parco del Pollino, in Calabria, vicino al fiume Mercure. È stata autorizzata, anche, da dieci anni; ma il cantiere della riconversione non è mai stato aperto.

Cinquanta milioni di euro di investimenti sono pronti, darebbero lavoro a 400 persone – quante aziende ci sono, in Calabria, che danno lavoro a 400 persone? – ma non vengono sbloccati: anzi, il 2 agosto il Consiglio di Stato ha dato ragione a un ricorso dell’Ente Parco del Pollino contro l’autorizzazione concessa dalla Regione Calabria, accogliendo le obiezioni all’impianto, di natura ecologica, avanzate dal Parco-

Oggi il Consiglio dei ministri dedicato alle misure per la crescita non si occuperà della Centrale negata del Mercure, come non si occuperà del rigassificatore mai nato a Brindisi e delle altre cento opere autorizzate e mai attuate, con vari miliardi di investimenti pubblici e privati stanziati e sterilizzati, per i veti locali e per l’ingessatura burocratica che soffoca il Paese.

Neanche un piccolo commissario ad acta verrà nominato, oggi, al Consiglio dei ministri della ripresa, per far partire i lavori sul Mercure. Neanche un decreto di una riga per lasciar fare, nel rispetto delle leggi, per togliere ai potentati locali l’enorme diritto di veto che vantano su qualunque iniziativa. Chissa, forse è un provvedimento troppo tecnico, pure per i tecnici.

In compenso, il Consiglio dei ministri stenderà l’agenda delle cose da fare di qui alla fine dell’anno, se la legislatura c’arriva, ma pare di sì. Dentro, una valanga di buone intenzioni. E qualche lacuna.

La prima s’è vista.

La seconda: quando tre mesi fa il ministro dello Sviluppo Corrado Passera varò il titolo di legge che serviva per riconoscere un credito d’imposta alle imprese che fanno ricerca, la ragioneria disse niet perchè mancavano all’appello i 600 milioni minimi necessari alla bisogna. Chissa se oggi li avranno trovati, più no che sì.

La terza lacuna: le infrastrutture, le grandi opere di interesse collettivo che non partono perchè i privati, che pure i soldi li avrebbero, sono spaventati dalla burocrazia e tramortiti dalle tasse che, loro, non riescono a evadere. L’ha detta giusta il viceministro Mario Ciaccia, d’accordo col suo capo Passera: bisogna esentarle dall’Iva, tanto così non le fanno e l’erario comunque non incassa.

Invece, facendogliele fare senza Iva, un po’ di gettito in più allo Stato arriverebbe – dagli stipendi, dagli acquisti, dall’imposta sul reddito – e soprattutto si sprigionerebbe Pil.

Vediamo se il governo saprà fare cose concrete per la crescita, pur senza soldi propri. Per il resto, il libro delle buone intenzioni ha tanti capitoli. C’è un secondo "pacchetto sviluppo", sempre approntato dal Ministero, con dentro i piani per le città intelligenti , finanziate con 2 miliardi, l’energia, l’agenda digitale ; ci sono alcune azioni per l’occupazione giovanile, forse un meccanismo fiscale premiale per le aziende che, bontà loro, applicheranno a puntino la riforma Fornero.

Insomma: c’è da fare. E poi c’è da fare qualcosa di serio per abbattere il debito. Qualcosa di serio non può significare i 15 miliardi l’anno che vuol ricavare il ministro Grilli vendendo il vendibile: anche quelli fanno brodo, ma ci vuol altro. Le proposte non mancano, l’ultima – firmata anche dal presidente della Cassa Depositi e Prestiti Franco Bassanini, oltre che dall’ex premier Giuliano Amato – sembrerebbe nascere con la benedizione dello stesso Monti. Varrebbe 187 miliardi di introiti in cinque anni: significherebbe ridurre il debito del 10 per cento circa rispetto ad oggi. Una bella boccata d’ossigeno.

L’emergenza finanziaria italiana, diciamo la verità, è stata tamponata grazie alle eccellenti relazioni internazionali di Monti e a una micidiale stretta fiscale sui soliti noti che pagano: più Iva, più imposte sul reddito, più tasse sulla casa, più tasse sulla benzina, pensioni più magre e più tardi. Non ci voleva una scienza. È adesso, è sul futuro, è sulla crescita, che si gioca la credibilità del governo dei tecnici.

Il tempo stringe: alla fine naturale della legislatura mancano otto mesi, forse anche meno se dovesse concretizzarsi l’accordo sulla nuova legge elettorale e se Napolitano decidesse di anticipare il voto.

Da oggi per il governo Monti il gioco si fa ancora più duro di quanto sia stato finora.

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