Montezemolo, il manager che si defila dopo aver scelto gli uomini giusti

Si è dimesso dalla presidenza di Ntv. E ora, cosa farà? Pregi e difetti del leader che (per ora) ci ha messo la faccia

Luca Cordero di Montezemolo (Credits: Chiara Rossi/LaPresse)

Sergio Luciano

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Formalmente ineccepibile, come sempre. Anche di più: entusiasmante, evocativo, trascinante. Luca Cordero di Montezemolo non s'è smentito neanche stavolta, al suo ennesimo dietrofront. Perchè in questo è il numero uno: comunicare una leadership che non c'è ma ci sembra. Dimettendosi da Ntv – dalla presidenza, per ora senza uscire dal capitale – ha attuato una promessa-prospettiva che effettivamente aveva annunciato ad aprile, ma non si saprà se l'avrebbe comunque mantenuta anche se non fosse stato nominato vicepresidente di Unicredit in “quota Abu Dhabi”, come gli è invece capitato un mese fa, col relativo prestigio e compenso ben maggiori.

Chi quindi vedeva nel Montezemolo-ferroviere alternativo il campione delle nuove rivendicazioni liberalizzatrici – la rete ferroviaria, appunto, come pure quella telefonica, i servizi postali in “riserva”... – non disperi: Montezemolo continuerà a parlarne, a sostenerne le ragioni, ad esserne il testimonial, senza più metterci la faccia. Ma cos'altro c'è, oltre la faccia?

Niente da fare, Montezemolo replica sempre lo schema seguito in politica: lanciare idee, aprire cantieri, mietere il merito dell'iniziativa e... defilarsi. Per quasi due anni Luca di Montezemolo ha mantenuto un malizioso riserbo sulla disponibilità personale a scendere in campo. Un gioco del “ti-vedo-non-ti-vedo” che ha tenuto banco. Poi ha fatto outing, chiarendo che non correrà personalmente ma continuerà ad essere motore ideale, ispiratore, sostenitore e quant'altro di Italia Futura. Come se non sapesse, e invece non solo lo sa ma lo ha ben utilizzato fin quando ha voluto, che nel nostro sistema socio-culturale (qui la legge elettorale c'entra poco) è la leadership dei candidati premier che conta, come dimostra lo scontro sanguinoso in atto tra Bersani e Renzi, la voragine apertasi a destra con il passo indietro di Berlusconi, l'inconvertibilità elettorale di due leader popolari come Grillo e Vendola, la dissoluzione della Lega post-Bossi ovunque in Italia salvo che nelle tre regioni del Nord...

O sei leader o non-sei: e infatti, nelle “cinquanta sfumature di grigio” che confondono lo sguardo di chiunque scruti il grande centro moderato italiano, non c'è nessuno che risalti salvo il “Cincinnato-Monti”, il quale naturalmente vedrebbe pari al proprio merito (e al proprio ego) solo un settennato al Quirinale e non un altro durissimo quinquennio a Palazzo Chigi. Ma questo è un altro tema.

Durante i mesi del tentennamento di Montezemolo si sono intrecciate le ipotesi più varie sulle ragioni dell'indecisione, dal “bisogno di soldi” (poco ma sicuro) all'ansia per le campagne mediatiche ostili (ma le marachelle pur deprimenti del Luca d'antan sono bazzecole rispetto al bagaglio medio di altri leader). Semplicemente, stava valutando cosa conveniva di più a lui, personalmente. Niente di male, anzi: alla fin fine, facciamo tutti così. Il male sta nello “spread” tra gli enunciati e i fatti, tra le promesse e le azioni. “Un bel di' vedremo”, hanno cantato i suoi fan, per mesi. E come Butterfly sono rimasti con un palmo di naso. Insomma: la serietà di un capo è un'altra cosa.

Un grande pregio, però, chiunque deve riconoscere a Montezemolo: la capacità di scegliersi i collaboratori, il fiuto del “king-maker”. Ne ha “inventati” a bizzeffe, di futuri leader. A Italia 90, suo primo “grande slam”, faceva tutto l'allore direttore commerciale della Bnl Carlo Salvatori; alla Ferrari, Luca puntò sull'oscuro Jean Todt, azzeccandoci e poi scelse Schumacher; alla Fiat, dove peraltro non ha mai contato niente ma ha saputo cavalcare come nessun altro gli umori della folta schiera degli azionisti Agnelli, è stato velocissimo a capire la “marcia in più" dell'arruffato Marchionne ed a gestire perfino il proprio ego con tale astuzia da evitare di essere stritolato dal panzer italo-canadese, salvando il proprio ruolo perfino nel consiglio “ristretto”, a nove, varato nella scorsa primavera.

Anche alla Ntv ha colto le persone giuste: un imprenditore ruspante quanto geniale, come Gianni Punzo; ai comandi, un manager-socio bravo quanto e più del rivale Moretti, come Giuseppe Sciarrone. Italia Futura, negli ultimi mesi, gli è stata messa su come struttura bene organizzata sul territorio dall'ex presidente di Confagricoltura Federico Vecchioni, in cui Montezemolo ha correttamente visto il play-maker in grado di trasformare quattro amici al bar nel nucleo di un vero partito politico. Persino alla Poltrona Frau, cioè il cuore dei suoi investimenti, Montezemolo ha saputo rispettare la leadership di Franco Moschini, anima storica dell'azienda, che ne è rimasto sostanziale “dominus” pur avendo ceduto il controllo. In più, e non guasta, sa “fare squadra” tenendo con sé gli amici, come Antonello Perricone, che ha spostato come se niente fosse dalla Seat alla Maserati, da questa alla Rcs e adesso ai supertreni.

Per questo, avvocato Montezemolo: lei che sa scegliere gli uomini, dia una mano a Napolitano per far capire a quel che resta dei partiti chi dovrà entrare nel Monti-bis che si profila sul nostro inevitabile futuro...

Ecco un modo per rendersi utile al Paese senza metterci la faccia. Ma non glielo lasceranno fare, ammesso che lei volesse.

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