Le Marche e la crisi che le statistiche non riescono a raccontare

Nella prima regione manifatturiera d'Italia persi in un anno 9 mila posti di lavoro. Viaggio in un territorio che rischia l'implosione

Contestazioni e urla di disprezzo nei confronti delle istituzioni da parte di gruppi di cittadini all'esterno della chiesa di San Pietro e Paolo a Civitanova Marche, 6 aprile 2013, dove si è celebrato il funerale di Romeo Dionisi, Anna Maria Sopranzi e Giuseppe Sopranzi, suicidatisi ieri. (Credits: ANSA / CRISTIANO CHIODI)

Antonella Bersani

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Sino a due o tre anni fa l’operosa regione delle Marche si raccontava così: siamo la terra che conta una piccola impresa ogni 9 abitanti. Un racconto pieno di orgoglio imprenditoriale. Oggi la regione registra ancora una partita Iva ogni 9/10 residenti, ma dall’orgoglio è passata allo sgomento.

Il tessuto sociale si è sfilacciato. Il mercato del lavoro non esiste più. L’eccellenza dei servizi assistenziali è scomparsa, in un anno sono stati persi 9mila posti di lavoro e la disoccupazione ha raggiunto l’11,3 per cento (era di poco superiore al 4). I piccoli imprenditori chiudono, tra un po’ esploderà il problema del rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga e i servizi sociali non riescono a tenere il passo con l’emergenza.
Come è possibile tutto questo se il rapporto statistico non è cambiato? Perché le statistiche non riescono a leggere la reale portata del dramma? Da qui la considerazione che una politica fatta soltanto con il pallottoliere e con i report è inesorabilmente destinata al fallimento. E’ questo che spiega (almeno in parte) le dichiarazioni del presidente della Camera Laura Boldrini in visita a Civitanova dopo il suicidio di Romeo Dionisi, sua moglie e suo fratello per motivi economici: “Non mi aspettavo tanta povertà” ha detto la deputata. Eppure, sarebbe bastato ascoltare davvero sindacati, autorità e persino preti quando convocarono gli aspiranti candidati poco prima delle lezioni.

Il precariato, le statistiche e le partite Iva
“Comincio con un dato chiaro: nella Marche 81mila persone sono in cerca di un lavoro” racconta il segretario regionale della Cgil Roberto Ghiselli “ma il punto è che l’emergenza va ben oltre i numeri. I precari e i contratti a termine figurano tra gli occupati quando in realtà non lo sono stabilmente, e non  possono nemmeno essere considerati occupati gli ex dipendenti cui le aziende chiedono di aprire la partita Iva per non dover pagare troppi contributi e tasse”.
Detto in altre parole, anche i numeri della crisi risultano truccati come certi bilanci aziendali. C’è un buco nero coperto con un po’ di arbusti e la riforma Fornero a fare da tappo. E’ credibile che lavoratori con contratti mensili, rinnovati a singhiozzo, di breve durata, vadano a ingrossare le percentuali dell’occupazione? Di quanto reddito disporranno in un anno? Sono davvero in grado di sostenere i consumi o di pagare Tares e tasse sorelle?
“Se ci si vanta della nuova occupazione generata attraverso forme di flessibilità, del tutto precarie non potremo mai accorgerci che in realtà il territorio sta implodendo” continua il segretario. “Prendiamo anche il caso di un dipendente costretto dal datore di lavoro ad aprire la partita Iva e che poi non viene pagato o viene pagato male: questa persona riuscirà a pagare le tasse? E i contributi per la pensione?”. A questo punto è più chiaro perché il numero statistico delle piccole imprese non cambia, ma la gente si uccide perché oggi ha i debiti e domani non avrà nemmeno una pensione.

Il mercato del lavoro è scomparso.
I dati sulla cassa integrazione (38milioni di ore) e le 90 mila domande di mobilità o sussidio presentate all’Inps nel 2012 sono record assoluti per la regione. E il 2013 è cominciato anche peggio con 3,1 milioni di ore di Cig autorizzate a gennaio. Se a questi numeri si aggiungono quelli degli oltre 11 mila lavoratori licenziati e collocati in mobilità a seguito di crisi aziendali, dei quali i due terzi senza indennizzo, si capisce che nelle operose Marche il mercato del lavoro inesorabilmente sta scomparendo.

Esempi concreti? Il distretto del mobile a Pesaro affonda. Resiste Scavolini ma la Berloni, marchio altrettanto noto nel settore delle cucine, per resistere al fallimento ha cercato un accordo con una società (Hcg) di Taiwan, chiamata al capezzale del malato costituendo una newco. E che dire di quel che è sucesso dopo il fallimento della Merloni, grosso nome del distretto degli elettrodomestici di Fabriano ? La vendita alla J&P industries dell’imprenditore Giovanni Porcarelli ha permesso di riassorbire circa 700 lavoratori, ma all’appello ne mancano altri 400. “Regione e ministero delo sviluppo hanno anche siglato un accordo che garantisce agevolazioni a fpondo perduto (del 20%) e mutui al 50 per cento a chi crea lavoro e riassorbe gli ex dipendenti, ma a tutt’oggi sono pochissime le aziende che hanno presentato un progetto. Nessuno vuole rischiare” insiste Ghiselli.
“La verità è che il mercato del lavoro è scomparso, il lavoro non c’è” interviene anche don Vinicio Albanesi, parroco di Civitanova e animatore della comunità di assistenza “Qualcuno deve avere il coraggio di dirlo. Il settore pubblico è bloccato, il settore della sanità-assitenza non assume, le aziende chiudono e chi resiste ha posto solo per pochi amici o parenti. E in una famiglia di operai con figli, oggi come oggi è sufficiente che uno dei due perda il lavoro per diventare poveri, per non arrivare più alla fine del mese”.

Pur non mancando punte di eccellenza nel calzaturiero con Tod’s e Nerogiardini, Scavolini, Loccioni , l’elenco delle attività manifatturiere pare un bollettino di guerra.
Per la Faam, azienda produttrice di batterie ecologiche di proprietà dell’ex presidente di Confindustria Federico Vitali pare si possa prospettare una cessione. Alle raffinerie Api di Falconara sono rimasti soltanto una sessantina di lavoratori, la crisi di Fincantieri ad Ancona preoccupa e nella provincia di Ascoli Piceno è iniziata la fuga delle multinazionali, italiane ed estere. Nestlé ha chiuso la controllata. La Monetics Pal e la Pfizer (farmaceutica) hanno avviato contratti di solidarietà, la Manuli (tubi in gomma) ha ridotto i dipendenti da 600 a 150 e la Best Spa (cappe aspiranti) ha chiuso licenziando 100 persone dall’oggi al domani.
Anche Confcommercio Marche conferma: “A soffrire di più è l’edilizia” racconta il presidente Massimo Polacco, ma anche i centri storici e il commercio al dettaglio sono ormai miseri e spogli”. E il saldo tra nuove imprese e chiusure è negativo per 1200 unità e il più basso tasso di nuovi avviamenti riguarda il settore manifatturiero.

Una bomba a orologeria. E senza più protezioni sociali.Con oltre 180mila aziende e 27 distretti produttivi, le Marche erano la prima regione manifatturiera d’Italia. Adesso però, tutta questa produttività diventa energia inespressa, rabbia. Delle 20mila persone in cassa integrazione, circa la metà è finanziata con ammortizzatori in deroga che termineranno il 16 aprile. Per discutere il problema è già stato convocato a Roma il tavolo tra le parti sociali per il rifinanziamento, “ma se lo scorso anno siamo riusciti appena a tamponare la situazione con 50 milioni a disposizione, come faremo oggi che ce ne garantiscono soltanto una quindicina a fronte di richieste per 139?” continua Ghiselli. “Il finanziamento basterà per non più di quattro mesi”.

L’emergenza è reale ed è stato messo in agenda un presidio di protesta davanti al ministero del Lavoro, ma con i presidi non si mangia e aumentano le famiglie “normali” cui la Caritas marchigiana consegna un pasto al giorno a domicilio “Sono soprattutto anziani, con pensione bassa, che non riescono a pagare le tasse e magari sono anche costrette ad aiutare e sostenere le famiglie dei figli” racconta ancora don Vinicio Albanesi. “Queste cose la politica non le sa, non le vede, non ha mai voluto vederle. Lo scollamento tra la politica e vita reale è tanto grande che nemmeno adesso riescono a capire quel che accade” continua “La vita è più costosa grazie alle tasse, agli sprechi e a privatizzazioni fasulle come quelle delle municipalizzate, che hanno scaricato sull’utente tutti i costi e sono rimaste monopoliste. Questo significa avere visione politica?”.

Lo dicono anche gli ultimi dati Istat, il potere di acquisto delle famiglie si è ridotto del 5,4 per cento su base annua. Il reddito è il calo del 3,2 rispetto al 2011 e i posti di lavoro continuano a saltare e se per gli imprenditori spesso l’unica alternativa agli alti costi di produzione è andare a produrre altrove, per i lavoratori non è sempre facile “delocalizzare se stessi” e la dignità impedisce all’ex lavoratore che si ritrova povero di gridare e chiedere aiuto.
“Lo smarrimento è totale” aggiunge IL reddito procapite nelle Marche è sempre stato più basso della media nazionale, ma un tempo bastava. La vita costava meno e si riusciva a integrare con qualche attività agricola, si cercava qualche lavoretto da aggiungere alla pensione, i servizi e la rete sociale funzionavano bene ma adesso l’onda della crisi è troppo forte: non si regge. Servizi e assistenza pubblica non riescono e non possono tamponarla”.
La terra frana. E si cade nel burrone senza rete. Una partita Iva ogni 9 abitanti. E con la Bce che ci dice ricchi perché abbiamo una casa.

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