L’Italia e la ripresa: meglio non prendere esempio dalla Spagna

Nonostante la "cura" di Bruxelles la Spagna resta ancora molto lontana dai livelli pre-crisi del 2008: attenzione a considerarla un modello

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il Primo Ministro spagnolo Mariano Rajoy – Credits: ANSA

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Nel 2008 il PIL della Spagna è stato di 1.635 miliardi di dollari. Nel 2014 è sceso 1.381, vale a dire che ha subito una contrazione del 16%. Le stime per il 2015 lo danno a 1.422. Quindi, anche se qualcuno favoleggia di una crescita superiore al 3% per la Spagna, si è sempre molto lontani dai livelli del 2008. Fino a prova contraria la ricchezza di un Paese si misura sul PIL assoluto, non sulle variazioni che comunque indicano una caduta del 13%, anche scontando la crescita del 3% del 2015.

 L’altra questione non irrilevante è come si è ottenuta questa crescita. Il rapporto della Commissione Europea sulla Spagna (giugno 2015) denunciava gravi squilibri macroeconomici, nonostante la violenta deflazione interna realizzata dal governo di Mariano Rajoy, con una ripresa basata sui consumi interni e in parte sugli investimenti, che hanno avuto un effetto negativo sulla bilancia commerciale del Paese.

Inoltre, il rapporto denunciava che la crescita dell’occupazione era avvenuta per effetto della riduzione dei salari nominali e delle tutele. Altro dato da evidenziare, la ripresa è avvenuta sulla base della crescita dei settori ad alta intensità di lavoro e medio contenuto tecnologico, cioè nei settori con più elevata elasticità della domanda rispetto al prezzo.

 Questi settori, caratterizzati da una specializzazione nelle esportazioni di prodotti di qualità medio-bassa, rispondono più violentemente alle variazioni di prezzo sui mercati mondiali. Infine, la Spagna, che continua a veder crescere il proprio debito pubblico, ha derogato dagli impegni in materia di avanzo primario e ha finanziato in deficit almeno parte di questo presunto boom. In conclusione, si tratta pertanto di un modello da cui non dovremmo voler imitare niente.

La situazione in Italia
Veniamo all’Italia. Il nostro Paese ha subito una riduzione del PIL del 10%, ha perso il 30% della capacità produttiva e agli attuali tassi di crescita raggiungerà i livelli di ricchezza del 2008 tra almeno una quindicina di anni, alle condizioni attuali. Può una nazione di 60 milioni di abitanti permettersi questa dinamica economica e sociale? La risposta è immediata: no.

Perché il Paese non riparte? La risposta è banale nella sua semplicità: il modello dell’austerità espansiva prevede una violenta deflazione interna e uno spostamento dalla domanda interna alle esportazioni come volano della crescita economica. Peccato che l’Italia esporti soprattutto verso i Paesi comunitari, anche loro alle prese con manovre restrittive e di contenimento della domanda interna, e verso Stati cosiddetti emergenti, produttori di materie prime e derrate agricole, anche loro, però, progressivamente colpiti dalla caduta della domanda mondiale e dalla conseguente flessione dei prezzi (ai minimi storici). Risultato: i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) sono in frenata o in recessione e hanno tutti attuato svalutazioni competitive del cambio per recuperare quote di mercato. Il Giappone arranca, mentre gli USA devono scontare l’aumento dei tassi di sconto attuato dalla FED. Pertanto, a chi dovremmo vendere i nostri prodotti?

 I sistemi, tutti i sistemi, sono dotati di una certa resilienza, ossia della capacità di resistere agli shock. Nessun sistema, però, è in grado di sopportare uno stress che dura anni: questo vale per il clima, ma anche per l’economia e la società. Perché, allora, il sistema bancario italiano dovrebbe fare eccezione? Le sofferenze sono il sintomo della difficoltà di neutralizzare gli effetti a catena di una crisi epocale che dura da otto anni. Il Regno Unito ha speso 50 miliardi per salvare le sue banche, nazionalizzandole, la Spagna ha fatto altrettanto, la Germania ha fornito garanzie per centinaia di miliardi alle sue banche, lo stesso ha fatto la Francia. Ora ci dicono che le regole, che purtroppo anche i nostri politici a Bruxelles hanno approvato (ma sono consapevoli delle conseguenze di quello che votano?), sono cambiate e non si possono mettere in sicurezza i bilanci delle banche con garanzie pubbliche dirette.

Il ceo di Unicredit, la banca di sistema italiana (la nostra “Too Big To Fail”), ha detto che ai prezzi di liquidazione le sofferenze (19 miliardi di sofferenze nette per il gruppo) le tiene in bilancio e poiché sono in massima parte garantite da collaterali, immobili e fidejussioni, in tre anni le recupera da solo. Il problema è quindi nei tempi e nel prezzo: il sistema bancario italiano può permettersi di aspettare un lustro per recuperare a prezzi di saldo i crediti incagliati? Anche in questo caso la risposta è immediata: no.

 Infine, anche i teorici del rigore stanno scoprendo che così non ce la facciamo ed ecco che, buoni ultimi, anche gli economisti del Corriere della Sera scoprono che per evitare la sindrome giapponese, cioè un ventennio di stagnazione, dovremmo mobilizzare il risparmio immobilizzato nelle compagnie di assicurazione, nella casse previdenziali, nei fondi pensione, etc. Bene, lo diciamo dal 2008 e ci fa piacere scoprire che anche il Corriere della Sera sia d’accordo. Peccato che nel frattempo ci siamo giocati malamente la carta della Cassa Depositi e Prestiti (bene ha fatto il primo ministro Matteo Renzi a sostituirne i vertici) e che le aspettative siano diventate fortemente deflattive.

 In queste condizioni gli imprenditori non investono e spetta allo Stato dare un segnale forte che rovesci le attese. Ricordate The General Theory of Employment, Interest and Money di J.M. Keynes? Investimenti pubblici massicci, anche in deficit, nei settori strategici (ma quali sono, e che fine hanno fatto gli Stati Generali dell’Industria?) e reti che riavviino l’economia. Non c’è più tempo per i giochetti con Bruxelles. Avanti tutta Renzi: è ora di forzare la mano, ne va del futuro dei nostri figli.

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