Le ragioni del crollo del prezzo del greggio

Lo scontro tra Riad e Teheran, le dispute all’interno dell’OPEC, l’ascesa del fracking. L’analisi della decrescita del mercato petrolifero

petrolio

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Andrea Accardi

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Per Lookout news

Il prezzo del petrolio è sceso in soli 18 mesi di oltre il 75%, arrivando a 27 dollari al barile. Una decrescita potente, rapida e verticale causata principalmente dal basso livello della domanda e dalla produzione dovuta alle nuove tecnologie e alle nuove forniture di greggio “on-stream” che provengono al di fuori dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio). Potenzialmente il prezzo potrebbe essere anche più basso se venissero immesse sul mercato le produzioni giornaliere, calcolate in circa 3 milioni di barili al giorno, da Paesi che al momento stanno soffrendo situazioni interne estremamente gravi come la Libia, non del tutto stabilizzate come l’Iraq o che, come l’Iran, si riaffacciano sulla scena internazionale dopo decenni.

 Il 27 novembre 2014, nonostante l’enorme sovrapproduzione mondiale, l’OPEC decide di lasciare inalterato il tetto di produzione giornaliero e questo sostanzialmente determina la rinuncia da parte dei Paesi membri della facoltà di determinare il prezzo del petrolio. Ciò avviene principalmente a causa di una battaglia per l’accaparramento delle fette di mercato tra i Paesi produttori dell’OPEC e quelli che invece non fanno parte dell’Organizzazione.

La crisi economica e l’ascesa della tecnologia fracking hanno fatto sì che l’OPEC non fosse più in grado di determinare in autonomia il prezzo del petrolio. La lotta tra l’OPEC e il resto dei produttori di fatto ha portato il mercato del greggio a diventare immediatamente un mercato di competizione, causando per il prezzo al barile un deprezzamento epocale. Dopo il meeting di Vienna del 2014 il mondo per l’OPEC è completamente cambiato e, come molti analisti sottolinearono, il prezzo del petrolio sarebbe inevitabilmente sceso. E così è stato.

Alle motivazioni legate direttamente alla produzione e alla domanda di greggio va inoltre aggiunta una ulteriore motivazione che, forse non nell’immediato ma in un prossimo futuro, potrebbe determinare ulteriori cali della domanda di petrolio: la produzione di energia verde. Solo pochi anni fa sembrava un’utopia ma già oggi in India per la prima volta il costo di un KWH (kilowattora) prodotto dal fotovoltaico è diventato più basso di quello di un KWH prodotto dal carbone. Un dato forse non ancora strutturale. Ma, se considerato in una prospettiva corporate e di investimenti, è un dato che comincia a essere determinante.

 

Gli effetti del fracking

L’impennata tecnologica degli ultimi dieci anni del fracking negli Stati Uniti ha ulteriormente aumentato l’autosufficienza energetica della prima potenza mondiale. Una capacità energetica interna che potrebbe non solo aumentare negli anni a venire ma, potenzialmente, essere determinante nell’andamento del mercato. Gli Stati Uniti potrebbero immettere sul mercato importanti quantità di combustibile. Sul territorio americano sono presenti circa 2.700 pozzi di fracking non completati ma pronti alla produzione che, in caso di innalzamento del prezzo del petrolio, potrebbero immettere sul mercato 2,3 milioni di barili al giorno nello spazio di 12/16 mesi. Questa è una leva fortemente incidente sui rapporti di forza per determinare il prezzo del greggio ma anche i rapporti di forza a livello mondiale.

La strategia dell’Arabia Saudita 

La tecnologia del fracking ha infatti mutato radicalmente lo scenario e costretto a posizionamenti diversi player un tempo monopolistici, come l’Arabia Saudita, che attingono dai flussi petroliferi non solo grandi capitali ma anche le risorse necessarie alla spesa pubblica interna. Un aspetto questo tutt’altro che trascurabile visto che il 51% della popolazione saudita ha meno di 25 anni e ripone tutte le proprie aspettative di crescita su quanto e come la monarchia reggente investe all’interno del proprio territorio.

 La strategia di posizionamento di un alleato di lungo corso degli Stati Uniti come l’Arabia Saudita è apparsa piuttosto chiara. Paradossalmente, ma solo in apparenza, la monarchia saudita ha pensato di mantenere basso il prezzo del petrolio così da stimolare la domanda per poi gestire la fornitura e quindi determinare successivamente un innalzamento dei prezzi. Nonostante nel mercato del petrolio la variabile dei flussi di fornitura sia tanto importante quanto il prezzo, evidentemente la strategia dei Paesi del Golfo non si è dimostrata vincente, almeno per il momento.

In questo contesto di decrescita verticale del prezzo del petrolio l’Arabia Saudita ha dovuto (forse anzitempo nelle previsioni) fare i conti con il rientro in campo del principale contraltare del quadrante medio-orientale. L’accelerata fornita dall’amministrazione americana alla riabilitazione dell’Iran con l’accordo sul nucleare è stata per Riad una pessima notizia sia da un punto di vista commerciale, in relazione alla produzione ed esportazione di greggio, che da un punto di vista geopolitico. La reazione scomposta di Riad a inizio gennaio di quest’anno, con l’esecuzione di 47 persone incluso l’influente imam sciita Nimr al-Nimr, ha contribuito a deteriorare le già complesse relazioni di quadrante tra Teheran e la monarchia saudita.

 La notizia che Sudan e Bahrain hanno seguito la decisione saudita di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Iran ha una certa rilevanza simbolica ma scarso peso politico. Il 50% della popolazione saudita di origine sunnita spingerà perché altri attori, ben più significativi, dell’area prendano posizione. Un desiderio legittimo di supporto politico da parte sunnita-saudita, ma che potrebbe essere destinato a rimanere tale perché per Paesi come Libano e Iraq sarebbe un atto di potenziale eutanasia quello di prendere una chiara posizione anti-sciita al fianco di Riad.

La contrapposizione di due colossi petroliferi come Iran e Arabia Saudita è pretestuosamente marketizzata all’esterno come una divisione confessionale e settaria. In realtà si tratta di una guerra di posizione per la leadership dell’area su una serie di obiettivi. Tra questi uno dei principali è la gestione dei flussi di idrocarburi, che sono anche la maggior leva di gestione del prezzo del petrolio.

La strategia saudita di tenere i prezzi bassi per battere sul prezzo gli alti costi di estrazione dello shale gas americano ha come contraltare la necessità di Teheran di avere invece prezzi alti per massimizzare i ritorni della propria produzione. Entrambi i Paesi hanno necessità che il proprio prodotto principale riporti in patria importanti quantità di denaro. Le primavere arabe e la caduta di Saddam Hussein e Gheddafi in Iraq e Libia hanno non poco allarmato la monarchia saudita, che ha riversato ulteriori capitali sulla spesa pubblica per mantenere un ordine interno necessario. Una strategia che fino ad ora ha funzionato.

 

L’opposizione interna sciita, la presenza di attori come ISIS e Al-Qaeda che potrebbero minacciare in maniera sempre più diretta la legittimità della culla dell’Islam e il continuo scendere del prezzo del petrolio, stanno però iniziando a mettere in serio pericolo il modello di status-quo saudita. Nonostante i grandi capitali accumulati e fatti fruttare dai fondi sovrani sauditi, nel 2015 l’Arabia Saudita ha raggiunto un deficit del 15% sul Pil che ha costretto Riad a operare pesanti tagli alla spesa pubblica.

 

L’Iran e le dispute all’interno dell’OPEC
L’Iran viene da oltre trent’anni di embargo che ha affossato e frustrato generazioni di iraniani gettandoli al momento sotto il macigno pratico e psicologico del 40% di disoccupazione. Un Paese che nonostante il backlash (contraccolpo) della rivoluzione di Khomeini mantiene nel suo dna un livello di secolarizzazione importante, una organizzazione democratica della vita politica e una società civile attiva che ha bisogno di spazi di crescita economica importanti che possono derivare solo dallo sfruttamento delle proprie risorse naturali su mercati stabili o nuovi per il prodotto iraniano. E in tal senso Europa, Cina e India sono i mercati a cui Teheran guarda maggiormente, andando ovviamente a toccare interessi importanti di Arabia Saudita o Russia.

Il crollo del prezzo del petrolio e dei ricavi provenienti da esso hanno dunque un potenziale effetto destabilizzante sui Paesi produttori con strutture sociali e politiche storicamente fragili o in divenire, e rischiano di mettere in competizione ancora maggiore Stati legati da rivalità storiche come Iran e Arabia Saudita o che vivono un difficile momento politico come il Venezuela.

 

Il dilemma dei paesi dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) è duplice: da una parte risiede nella necessità di massimizzare produzioni e ritorno economico per mantenere uno standing (reputazione) e il riconoscimento come attore economico e politico; dall’altra i guadagni provenienti dal flusso del petrolio permettono a questi Paesi di tenere le proprie popolazioni lontano dalle proteste e dal malcontento che costituisce la maggior minaccia alla loro stabilità politica, e i casi di Libia e Iraq parlano da soli. In sostanza, l’equilibrio interno e internazionale per questi Paesi è determinato dal mercato petrolifero, e una eccessiva e prolungata volatilità di questo mercato può tramutarsi in una eccessiva instabilità.

 

La finanza derivata

Il risvolto economico negativo non lo si riscontra solo all’interno dei Paesi produttori. Anche le IOCs (International Oil Companies), infatti, stanno al momento subendo una contrazione dei loro guadagni e non sono spinte a investire in un comparto che ha ridotto i propri margini. Le difficoltà del sistema petrolifero rischiano di portare con sé effetti potenzialmente preoccupanti anche sul versante finanziario. Il sistema della finanza derivata, che ha determinato i crolli del 2008, ha solo spostato geograficamente i propri obiettivi, e il sistema bancario internazionale possiede ancora titoli e obbligazioni ad alto rischio. Lo spostamento, dopo il 2009, degli investitori sui mercati emergenti, a causa dei bassi tassi di interesse di USA e UE, ha creato un boom del mercato finanziario in quei contesti e un rapido innalzamento dei valori di indebitamento.

 

L’industria petrolifera, come quella delle costruzioni, porta con sé un certo peso di finanza derivata. Stando a quello che sostiene il Fondo Monetario Internazionale l’industria del petrolio ha visto crescere esponenzialmente il proprio livello di indebitamento, poi cartolarizzato e rivenduto come titolo a rischio dalle banche di investimento sui mercati globali.

 

Occorre però porsi una semplice domanda: un alto livello di indebitamento può essere sostenuto da un basso livello di entrate? Se il prezzo continuasse a scendere o si mantenesse per lunghi mesi su valori così bassi, potrebbe portare con sé fallimenti importanti? E quale sarebbe la sorte dei titoli derivati legati a quelle imprese o fondi sovrani in difficoltà? Come per il 2008 con i mutui subprime, è impossibile determinare ora le dimensioni di una crisi di questo tipo, ma certamente la tracimazione della crisi petrolifera sul versante finanziario è una possibilità che deve essere tenuta in considerazione.

 

La dottrina Obama
L’accordo sul nucleare iraniano e la riabilitazione internazionale di Teheran sono apparsi, solo in superficie, un’accelerazione improvvisa e una modalità contingente di gestire la polveriera medio-orientale da parte degli Stati Uniti. In realtà l’abolizione dell’embargo e la conseguente riabilitazione dell’Iran come attore politico e come produttore petrolifero rispondono in maniera “guantata” alla dottrina Obama in politica estera.

 L’approccio dell’amministrazione Obama alla sicurezza in Medio Oriente è radicalmente cambiato dopo i due pantani di Iraq e Afghanistan che l’amministrazione G.W. Bush aveva imposto agli Stati Uniti e al mondo. L’attuale amministrazione ha ereditato una opinione pubblica sfiancata da due conflitti decennali e poco incline a nuovi impegni. La crisi del 2008, e l’austerity che ne è seguita, si è accompagnata a costi umani e finanziari enormi per le due guerre: oltre 6.000 morti americani, 40.000 feriti, più di due milioni di militari coinvolti e costi che hanno superato il trilione e mezzo di dollari. Una cifra difficilmente comprensibile se non comparata al passato: un trilione di dollari è il doppio di quanto Roosevelt mise a disposizione per il New Deal e quasi dieci volte l’intero Piano Marshall.

Un Paese affaticato da questi risultati ha invertito la rotta cercando di ridurre al massimo i costi sia operazionali che politici ma mantenendo un livello di sicurezza alto per gli interessi americani: economici, politici e di sicurezza. Gli Stati Uniti sono passati dalboots on the ground” di Bush al concetto di condivisione della responsabilità di Barack Obama.

 

Da un punto di vista politico l’attuale politica estera americana prevede azioni strategiche di coalizione e sforzi di capacity building sul terreno. Da un punto di vista operazionale, invece, si è spinto maggiormente su tre punti principali: investimenti che innalzassero il livello tecnologico militare per permettere una sorta di guerra a distanza, operazioni chirurgiche di forze speciali e un grande credito su operazioni della CIA al riparo dall’occhio dell’opinione pubblica americana. In questo senso le primavere arabe hanno fornito un’accelerazione importante a questo disimpegno operativo degli Stati Uniti e Obama lo ha sottolineato il 15 luglio del 2015 in una conferenza stampa sui negoziati per l’accordo sul nucleare iraniano affermando che “i popoli del Medio Oriente dovranno imparare a risolvere alcuni dei problemi che affliggono l’area”.

 

Il dilemma americano risiede esattamente qui. Se la dottrina Obama ha raggiunto, in parte, gli obiettivi che si era prefissata, è innegabile però che nel lungo periodo un approccio di questo tipo andrà a rivedere i rapporti di forza anche in Medio Oriente. Un’area estremamente cruciale per gli equilibri mondiali dove risiedono i maggiori Paesi produttori di petrolio e dove il dualismo tra sunniti e sciiti trova la perfetta esemplificazione della contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita. E poi c’è la battaglia interna per il primato dell’islam radicale tra le varie sigle terroristiche, le cui “agende” politiche e militari spesso si sovrappongono o si contrappongono a quelle di alcuni dei Paesi produttori di petrolio.

 Il principio scelto che guida le scelte americane in Medio Oriente, e nel resto del mondo, è quello della necessità e degli interessi messi in pericolo. L’impossibilità o la non volontà attuale di rivestire il ruolo di garante del mondo in un contesto a-polare sta facendo sì che il ruolo americano in Medio Oriente, e quindi tra i maggiori produttori del primo prodotto mondiale, sia quello del partner che si affianca nei modi e nei tempi che gli sono consoni e graditi.

 

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