Un bonus felicità per aumentare la produttività sul lavoro

La crisi del capitalismo è legata al crollo motivazionale dei dipendenti. E va risolta puntando su soddisfazione e risultati

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– Credits: incamerastock / Alamy

Claudia Astarita

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Sono anni che si discute della crisi del capitalismo, e decine di studiosi si sono confrontati sui possibili modelli che potrebbero eventualmente sostituire quel sistema di crescita che negli ultimi decenni ha visto trionfare la maggior parte delle nazioni che hanno scelto di adottarlo, democrazie e non. The Atlantic, invece, ha provato a contribuire a questo dibattito partendo da un'altra prospettiva. Quella secondo cui non ci troveremmo di fronte a una crisi del capitalismo come sistema, ma sarebbero i principi su cui quest'ultimo si basa ad essere venuti meno. In particolare, entusiasmo e dedizione da parte di chi, con esperienza, passione e professionalità, dovrebbe contribuire al benessere e al sostentamento di questo sistema produttivo, stanno calando a ritmi vertiginosi, mettendo in crisi l'intero modello.  

Le ragioni della crescita dei tassi di assenteismo sul lavoro 

Vari studi sul coinvolgimento dei dipendenti nella vita d'ufficio hanno messo in evidenza i costi economici derivanti dalla tendenza dei lavoratori a dissociarsi mentalmente dal proprio lavoro. La società di analisi Gallup elabora periodicamente ricerche sul tema, dalle quali è emerso che solo il 13 per cento della forza lavoro globale si sente effettivamente "impegnata e coinvolta", mentre circa il 20 per cento dei dipendenti in America del Nord e in Europa risulta "volontariamente disimpegnato". Si stima che questa situazione di distacco costi alla sola economia degli Stati Uniti fino a 550 miliardi dollari l'anno, e che si manifesti con assenteismo, assenze per malattie anche lievi, esaurimento e, a volte, con quello che con un neologismo oltreoceano chiamano "presentismo", ovvero il fenomeno per cui i dipendenti si recano in ufficio solamente per essere fisicamente al lavoro, ma non per essere davvero operativi.

Il trade-off tra soddisfazione e apatia

Sia nel settore privato che nella Pubblica Amministrazione, i manager si trovano ad affrontare la difficile sfida posta dalla necessità di trattare quotidianamente con dipendenti che sono regolarmente assenti e demotivati o che soffrono di lievi problemi di salute mentale, i quali non si manifestano in maniera eclatante, ma piuttosto in forme diffuse di apatia. Cresce in tutto il mondo occidentale il numero di persone perdono il lavoro a causa di qualche problema personale spesso mal definito e poi gradualmente sprofondano in una generale inattività, diventando un costo, non solamente economico, per la società.

Perché investire sulla felicità conviene

È questa la ragione principale che ha indotto il World Economic Forum di Davos a preoccuparsi di un tema tradizionalmente poco studiato dagli economisti come quello della felicità. E in particolare la felicità sul lavoro. Sono sempre di più le aziende che hanno iniziato a considerare prioritario l'occuparsi della salute di menti, corpi e comportamenti della loro forza lavoro. Il termine più comunemente usato per descrivere l'obiettivo di questi nuovi interventi è benessere, che comprende tanto la salute fisica, quanto la felicità e soddisfazione complessiva dei dipendenti. Del resto, una serie infinita di studi ha dimostrato che i lavoratori sono più produttivi quando si sentono felici, stimando che la loro produttività cresca del 12 per cento: nei posti di lavoro in cui si sentano rispettati, ascoltati, consultati e coinvolti, sono più propensi a lavorare di più, e hanno meno probabilità di mettersi in congedo per malattia. Migliorando il benessere legato al lavoro, si spera di trasformare un circolo vizioso di disimpegno e di cattiva salute in uno virtuoso di impegno, soddisfazione e, in ultima analisi, serenità. Inoltre, secondo uno dei guru della psicologia contemporanea, Shawn Achor, le persone più felici ottengono più dalla loro carriera: ricevono più promozioni, vendono di più e godono di una salute migliore. La felicità, insomma, diventa una sorta di capitale su cui ciascun individuo può investire per migliorarsi.

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