Riforma del lavoro, le domande degli esperti

Da Confindustria ai giuslavoristi, i punti interrogativi sul piano Letta contro la disoccupazione. Che deve essere strutturale e ambizioso. Perché non c'è più tempo da perdere

(Credits: Carino / Imagoeconomica)

Antonella Bersani

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Quale dubbio da esprimere prima che il Governo Letta discuta il decreto contro la disoccupazione giovanile in Consiglio dei Ministri.
Domanda numero uno: per quanti anni riusciremo a garantire gli incentivi alle imprese per le assunzioni giovanili? Come sarà rimodulata la spesa perché il miliardo per i giovani (tra incentivi, stabilizzazione dei contratti e sostegno alla nuova imprenditoria) possa essere confermato anche con i nuovi patti di stabilità annuali? Il miliardo, come verrà distribuito e quante misure potrà davvero finanziare?

Sintesi delle tre domande: il decreto rappresenta davvero una riforma strutturale e virtuosa? Perché sono proprio le riforme strutturali, con effetti duraturi, quello di cui abbiamo bisogno.

Il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che già prima delle elezioni aveva presentato ai candidati il suo Piano per l’Italia parlando soprattutto di riduzione del cuneo fiscale e spending review, non  a caso non si mostra soddisfatto: “La dotazione di un miliardo annunciata dal governo per il lavoro secondo me è un inizio, ma non è sicuramente una cifra esaustiva” è la dichiarazione rilasciata in occasione dell’assemblea annuale di Federchimica. ''Non è con un incentivo che la situazione cambierà. Perché per il riassorbimento dell'occupazione giovanile bisognerebbe creare lavoro, che si crea se si ritrova la crescita”.

In un Paese dove le imprese chiudono al ritmo di oltre mille al giorno, parlare di disoccupazione giovanile ci fa dunque sentire forse più sereni (il dato che sfiora il 38% è oggettivamente molto alto rispetto alla media europea) traccia un cammino ideale, ma certamente non rialza i consumi né i redditi degli italiani. In poche parole, a detta degli esperti non prende di petto i reali problemi del Paese. E non soltanto quelli. “Oggi assumere richiede coraggio ad un’azienda” commenta Maurizio Del Conte, professore associato di diritto del lavoro all’università Bocconi di Milano, “e per rischiare un’azienda deve poter disporre di strumenti di analisi certe. Allo stato attuale invece io mi chiedo, senza aver trovato ancora risposta, sarà possibile continuare ad alimentare il fondo per gli incentivi fiscali ai giovani assunti? Per quanto tempo?  Su quali cifre posso contare?. La mia paura è che gli incentivi vengano varati senza essere sostenuti da una visione organica, da una riforma che li renda certi almeno per i prossimi tre anni e quindi creando, ancora una volta, squilibri nella programmazione delle imprese”.

Come dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche dell’Istituto Bruno Leoni, “il problema del lavoro in Italia non si limita alla questione giovanile, ma è ben più esteso e complesso”. E non può essere risolto a colpi di incentivi che non siano accompagnati anche da una riforma organica per il rilancio dell’economia..  

Il giuslavorista e parlamentare di Lista Civica Pietro Ichino ad esempio, ha appena presentato il suo disegno di legge (numero 555) proponendo sgravi fiscali per le assunzioni tutte, giovanili e non, rendendo il rapporto di lavoro subordinato meno costoso e flessibile. “Uno dei grossi problemi del mercato di lavoro in Italia è rappresentato dalle collaborazioni coordinate, in gran parte utilizzate per mascherare un rapporto di lavoro dipendente” sottolinea Ichino “Regolarizzarle e passare a un contratto a tempo è troppo oneroso, soprattutto dopo che la riforma Fornero ha inasprito i vincoli della legge Biagi. Anche qui bisogna agire e non certo soltanto sulla disoccupazione giovanile”.

In questo senso vanno le modifiche annunciate da Letta alla legge Fornero, che guardano anche ad assunzioni ad hoc per l’Expo 2015 e a una formazione uniforme per l’apprendistato.  Ma se siguarda agli incentivi per i contratti a tempo determinato riservati a lavoratori tra i 18 e i 29 anni, si parla ancora di misura sperimentale, è già stato fissato un tetto (650 euro massimo per lavoratore).

Lo ha detto Squinzi “è un inizio”. Ma un piccolo inizio, se non guarda al problema lavoro nella sua intierezza. “Sono forse questi i limiti dell’azione di un governo nato sulla spinta dell’emergenza e senza un programma già definito” sottolinea ancora Del Conte.

Il decreto sarà finanziato grazie alla riprogrammazione dei programmi nazionali cofinanziati con i fondi strutturali europei e rimodulando il Piano di azione di coesione previo consenso della Commissione Europea: 500 milioni saranno destinati alle assunzioni stabili del giovani al sud e il altri 500 milioni andranno per social card, tirocini e misure per chi si mette in proprio. “Un po’ poco un miliardo in totale per tutte  queste cose” continua Carlo Stagnaro. Soprattutto se messo a confronto con le tante cose non fatte, con le tante spese non tagliate, con il rinvio della decisione sull’aumento dell’Iva. “È paradossale come un paladino del liberismo come l’Istituto Bruno Leoni si sia trovato ieri d’accordo con le parole del segretario Cgil Susanna Camusso, che lamenta l’inerzia di questo governo, a dispetto appunto del nome mediatico assegnato al decreto del fare. Faccio un esempio: cosa possiamo fare con un miliardo? Poco. Eppure la spending review di Giarda è lì, indica una strada, ma nessuno la cita più. Anzi, il documento è addirittura sparito dal sito del Governo”.

Un black-out che indispettisce soprattutto di fronte al balletto sull’aumento dell’Iva di un ulteriore punto. Nessuno lo vuole. Nessuno lo toglie. Si rinvia. Si vedrà. “Non tagliare la spesa e stare a discutere sulla necessità dei due miliardi derìvanti dall’aumento dell’Iva è ridicolo. Così come intervenire con un incentivo sul problema della disoccupazione giovanile non cura la radice del problema, che resta la creazione di lavoro, di imprese. Con un intervento ben più generale sulla tassazione del lavoro in Italia”.

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