Lavoro

Province, gli esuberi e i dipendenti in rivolta

Ventimila lavoratori rischiano di finire in mobilità. Le ragioni della protesta negli enti locali di tutta Italia

Andrea Telara

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Firenze, Pisa e tutti i capoluoghi della Toscana. E poi Roma, Milano, Torino e molti altri centri urbani piccoli e grandi. Sono le città italiane in cui è scoppiata la rivolta dei dipendenti delle Province che, in diversi casi, hanno anche occupato le sedi istituzionali dei loro enti. La protesta ha origine dagli effetti della legge Del Rio, la riforma che porta la firma dell'attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio e che, va ricordato, comporta un drastico taglio agli organici delle amministrazioni provinciali e un ridimensionamento delle loro funzioni.


Province, i veri risparmi


Per capire il perché si sia giunti alla rivolta di questi giorni, occorre però compiere qualche passo all'indietro. La riforma Del Rio (legge n.56 del 7 aprile 2014) prevede infatti che le province italiane, dal prossimo anno, riducano di ben 1 miliardo di euro le proprie spese, grazie soprattutto ai tagli al personale. Nella maggior parte dei capoluoghi, vi sarà una contrazione degli organici del 50%, mentre nelle città metropolitane (cioè nei centri urbani più grandi come Milano, Torino o Palermo), lo snellimento del personale sarà nell'ordine del 30%. Contemporaneamente, però, è previsto un trasferimento delle funzioni dalle amministrazioni provinciali ai Comuni e alle Regioni, che dovranno anche assorbire gli esuberi di personale generati dalla riforma.


Pasticcio all'italiana


Nello specifico, alle Province dovrebbe rimanere inizialmente la competenza sulla manutenzione delle strade, delle scuole e sulla difesa del suolo. Tutte le altre materie, dalla formazione professionale alla cultura sino alle politiche per il turismo, saranno invece destinate subito agli altri enti. Tutto perfetto, almeno sulla carta. Peccato, però, che alla prova dei fatti la riforma Del Rio rischi di trasformarsi seriamente in un “pasticcio all'italiana”, come ha detto di recente anche il governatore della Lombardia, Roberto Maroni. Mentre i tagli alle risorse e al personale sono già stabiliti, le Regioni e i Comuni devono infatti mettersi ancora d'accordo su quali funzioni spartirsi, tra quelle in uscita dalle Province. Inoltre, alcuni governatori come lo stesso Maroni hanno detto di non voler modificare una virgola nelle proprie competenze e di voler lasciare tutto così com'è.


Province, dopo il rischio cancellazione ora c’è quello del dissesto


Nonostante questa situazione di impasse istituzionale, però, i tagli alle risorse delle amministrazioni provinciali sono già scritti nero su bianco nella Legge di Stabilità: un miliardo di euro nel 2015, due miliardi nel 2016 e tre miliardi nel 2017. E così, visto che la voce di spesa più importante da eliminare è quella del personale (900 milioni già dal prossimo anno), oltre 19.300 impiegati risultano adesso in esubero (su un totale di 43mila circa) e non sanno quale sarà il loro futuro lavorativo. Se non vengono assorbiti in qualche modo dalle Regioni o dai Comuni, pur non rischiando di rimanere disoccupati, tutti questi lavoratori saranno messi in mobilità per due anni, in attesa di essere ricollocati altrove. In altre parole, resterebbero a casa a non fare niente. Inoltre, una volta terminato il biennio di attesa, per chi non ha trovato un nuovo posto nella pubblica amministrazione, potrebbero scattare in teoria le regole attualmente in vigore sugli esuberi dei dipendenti pubblici, che prevedono un significativo abbassamento dello stipendio. Nello specifico, la retribuzione del personale in esubero scende all'80% del trattamento economico fondamentale, cioè della paga-base priva di tutte le indennità aggiuntive. Di fronte a questa prospettiva, dunque, non è difficile capire perché gli impiegati delle Province siano oggi sul piede di guerra.


Storia delle province italiane
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