Perché tornare all'articolo 18 penalizzerebbe il lavoro

Pietro Ichino spiega come la reintroduzione della norma dello Statuto, renderebbe meno affidabile il Paese per gli investitori esteri e frenerebbe la domanda di lavoro

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Redazione

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A cura di Labitalia — Si riaccende la polemica sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. A scatenare ancora la discussione sulla norma che pareva ormai definitivamente archiviata nel 2015, sono state le dichiarazioni di Pasquale Tridico, docente di Politica economica all’Università di Roma Tre e designato a ricoprire la carica di ministro del Lavoro in un eventuale governo targato M5S. Alla base della scelta, per Tridico, c’è il fatto che “la flessibilità non ha aiutato l'occupazione e nemmeno la produttività”, mentre “i diritti sono importanti per ridare dignità, non per creare lavoro".

Ma l’ipotesi non convince affatto Pietro Ichino, docente di Diritto del lavoro nell’Università statale di Milano, già senatore Pd. “Ripristinare l’articolo 18 anche per i nuovi assunti -commenta il professore con Labitalia- come proposto dal professor Tridico, ma significativamente non dal M5S nel suo programma elettorale, avrebbe il solo effetto di ridurre l’affidabilità del nostro Paese per gli investitori e quindi frenare l’aumento in atto della domanda di lavoro".

“La riforma del 2015 -sottolinea Ichino- ha allineato il nostro diritto del lavoro e il nostro tasso di contenzioso giudiziario in materia di lavoro rispetto agli ordinamenti dei maggiori Paesi europei, eliminando uno dei vecchi ostacoli all’afflusso di investimenti esteri in Italia; ma non ha affatto ridotto la sicurezza dei lavoratori: in particolare, non ha determinato un aumento significativo della probabilità di essere licenziati". 

"Per fortuna -conclude Ichino- nessuna delle forze politiche cui il M5S si rivolge come potenziali alleate di governo è disponibile per questo ritorno al vecchio regime di job property, che non esiste in alcun altro Paese al mondo".

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