Lavoro

Perché i centri per l'impiego rischiano il flop

Poche risorse, burocrazia, scarso coordinamento. Gli uffici che dovranno gestire il reddito di cittadinanza vanno riformati. E ci vorranno anni

Guido Fontanelli

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Uno dei cardini della manovra economica del governo, talmente importante per il Movimento 5 Stelle da farvi poggiare l’esistenza stessa della maggioranza, è il reddito di cittadinanza. Il quale però, per non diventare una pura forma di assistenzialismo, dovrà essere versato non solo ai poveri ma a giovani e disoccupati che cercano davvero un’occupazione. Ed eliminato dopo tre offerte di lavoro rifiutate. Benissimo. Il problema è che la macchina che dovrebbe realizzare questo obiettivo, mettendo in collegamento domanda e offerta di lavoro, non funziona. E quindi c’è il rischio di trasformare il reddito di cittadinanza in un’elemosina, di dare soldi pubblici a chi, anche volendo, non trova nessuno che l’assuma.

La macchina è quella dei centri per l’impiego: 550 uffici sparsi sul territorio con quasi ottomila dipendenti, che in teoria dovrebbero aiutare chi cerca un’occupazione a scovarla. Ma è, con le dovute eccezioni, un sistema assolutamente inadeguato ad affrontare la mole di lavoro che sta per piovergli addosso. Basti dire che meno del 3 per cento di chi trova un posto di lavoro è passato per un centro per l’impiego.

Le ragioni di questo malfunzionamento sono tante, come spiega Maurizio Del Conte, professore di Diritto del lavoro all'Università Bocconi e dal 2016 presidente dell’Anpal, Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro: questa agenzia svolge proprio il ruolo di collegamento e di coordinamento tra lo Stato centrale e le Regioni (che gestiscono i centri per l’impiego), aiutandole a mettere in funzione le misure sul lavoro decise a Roma. Oltre a offrire assistenza tecnica alle amministrazioni locali e alle istituzioni scolastiche.

"Già il fatto che i centri per l’impiego siano gestiti dalle Regioni e, in alcuni casi, ancora dalle province, è un’anomalia italiana" spiega Dal Conte: "negli altri Paesi europei c’è un’agenzia nazionale che se ne occupa". È una delle scomode eredità del federalismo all’italiana: ogni centro per l’impiego si organizza in totale autonomia, con i dipendenti che rispondono non allo Stato ma alla Regione. Anche se dal 2018 il costo dei centri è a carico dello Stato: 235 milioni di euro nel 2018.

Ma oltre a muoversi in modo poco coordinato, i centri per l’impiego soffrono di grave carenze sui fronti delle competenze, del personale e delle infrastrutture. "I centri per l’impiego sono l’evoluzione del vecchio ufficio di collocamento" dice il presidente dell’Anpal "e hanno mantenuto un approccio burocratico, il personale andrebbe riqualificato.

Poi, per fare davvero il loro lavoro, i centri dovrebbero avere molti più dipendenti: in Germania ne hanno poco meno di 100 mila, in Francia 45 mila, nel Regno Unito 60 mila. E per quanto riguarda le infrastrutture, non solo i locali fisici ma anche i sistemi informatici sono spesso inadeguati: mancano i collegamenti con le banche dati dell’Inps o della stessa Anpal e così i centri dell’impiego sono ciechi, non conoscono la storia della persona che hanno davanti, non sanno se magari già riceve un sussidio di disoccupazione. Non solo: i centri per l’impiego conoscono le ricerche di personale della loro provincia o regione e non di quelle accanto e così non offrono all’utente un panorama completo delle possibilità di lavoro".

Ovvio che in queste condizioni la macchina non funzioni. Inoltre, una delle chiavi del successo degli analoghi sistemi all’estero è che il sussidio di disoccupazione viene erogato dai centri per l’impiego mentre da noi ci pensa l’Inps: dovendo gestire questi soldi, i centri sono motivati a controllare se il disoccupato sta davvero seguendo il percorso di formazione e riqualificazione assegnato e se accetta o no un’offerta di lavoro.

Se questo è il fosco quadro, come potranno i centri per l’impiego essere coinvolti nel progetto del reddito di cittadinanza? «Si può anche partire subito» risponde Del Conte. "Ma per far funzionare a dovere la macchina ci vorranno anni. Occorrerebbe un patto tra Stato e Regioni per realizzare un modello comune, con un piano di finanziamenti condizionati al raggiungimento di una serie di obiettivi. In concreto, immagini una serie di uffici come quelli postali, dove c’è chi si occupa della finanza e chi dei pacchi: ecco, nei centri per l’impiego dovrebbe esserci il personale dedicato all’accoglienza e alla formazione di chi cerca un primo impiego, o di chi è disoccupato o ancora di chi è portatore di handicap. Con le funzioni che erogano i vari servizi uguali per tutta Italia".

Un sogno? Probabile. In Germania per mettere a regime l’agenzia nazionale per il lavoro, che gestisce qualcosa come 50 miliardi di euro, hanno impiegato 5 anni. E quelli son tedeschi.


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