Lavoro

Perché c'è bisogno che gli stipendi aumentino

Il presidente della Bce ripete da mesi che i salari devono crescere. Ma in Italia ci sono ancora molti ostacoli

Electrolux-fabbrica

Andrea Telara

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Giovedì 14 dicembre Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (Bce), ha detto ancora una volta ciò che va ripetendo da mesi: “l’economia dell’Eurozona migliora ma resta lenta la risposta dei salari”. Fino a che gli stipendi nell’Eurozona non riprenderanno a salire, secondo il presidente della Bce, c’è bisogno ancora di stimoli monetari, cioè di tenere  i tassi bassi e iniettare liquidità nel sistema finanziario con il quantitative easing, seppur a ritmi molto meno intensi che in passato. 

Nel suo discorso, Draghi ha messo dunque in evidenza un problema che non riguarda soltanto l’Europa ma anche gli Stati Uniti. Sia al di qua che al di là dell’Atlantico, il pil è in ripresa. Negli Usa viaggia  un ritmo sopra il 3% mentre nel Vecchio Continente la crescita oltrepassa abbondantemente il 2%. Era da prima della crisi del biennio 2007-2008 che non si vedeva una congiuntura così favorevole in gran parte dei paesi industrializzati. 

Inflazione al palo 

Eppure, nonostante questo scenario roseo per l’economia, c’è un dato che ancora non soddisfa Draghi né la sua collega americana Janet Yellen, n.1 della Federal Reserve, la banca centrale statunitense. E’ il dato sull’inflazione,  che nell’Eurozona è all’1,5% e rimarrà attorno a questa soglia fino al 2020, contro l’obiettivo del 2% fissato dalla Bce. Discorso analogo per gli Stati Uniti, dove l’inflazione è invece sopra il 2% e appare in ripresa, ma non sembra ancora muoversi di pari passo con la crescita economica. 

Ecco perché Draghi ha posto l’accento sulla necessità di far crescere i salari. Detto banalmente, se i cittadini del Vecchio Continente non vedono più soldi in busta paga, è difficile che poi si mettano a spendere con maggior convinzione dando una spinta pure ai prezzi. Tutto giusto, anche se il problema è capire come sia possibile far lievitare i salari, almeno in un arealtà come quella italiana dove la loro crescita è ostacolata da motivi strutturali. 

Il cuneo fiscale 

Innanzitutto, non va dimenticato che nel nostro Paese gli stipendi sono rosicchiati da una montagna di tasse e contributi. Secondo i dati dell’Ocse, il peso medio delle imposte sui salari lordi italiani è pari a poco più del 16% mentre un'ulteriore quota del 31% è rappresentata dai versamenti contributivi, per un totale del 47% circa. Si tratta di un livello altissimo, anche se in Europa ci sono realtà  come il Belgio (54%), la Germania (49,4%), l’Ungheria (48,2%) e la Francia (48,1%) dove si registrano percentuali più elevate. 

 Il guaio è che in Italia, negli ultimi anni, sono cresciuti poco anche i salari lordi e non soltanto quelli netti. Sempre secondo l’Ocse, tra il 1996 e il 2016 le retribuzioni medie reali (cioè calcolate tenendo conto degli effetti dell’inflazione) nel nostro Paese solo salite complessivamente di appena il 6% circa, mantenendosi attorno alla soglia dei 35mila euro. Un abisso ci separa da altre realtà del Vecchio Continente come il Regno Unito (+31%), la Francia (+25%) e la Germania (+15%). 

Produttività scarsa

Perché queste differenze? In un editoriale sul sito Lavoce.info l’economista Luigi Marattin,  che è anche consulente del governo, attribuisce la colpa del gap allo scarso aumento della produttività del lavoro, che è cresciuta nel nostro Paese di un misero 5,8% negli ultimi 20 anni, contro il +27% della Germania e il +30% circa della Gran Bretagna

Negli anni scorsi, Confindustria e sindacati si sono confrontati più volte su una possibile riforma dei contratti di lavoro, per legare maggiormente le retribuzioni alla produttività, cioè alla quantità di pil generata da un dipendente per ogni ora che trascorre in ufficio o in fabbrica. Questo lungo confronto, però, fino ad adesso non ha portato a nulla se non a un accordo di massima siglato nel 2011 e rimasto poi lettera morta.  

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