Pensioni, cosa cambia per gli statali

Con il decreto Pa, nuove regole per magistrati, dipendenti pubblici ed esodati della scuola

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Andrea Telara

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Dipendenti pubblici, magistrati, medici e circa 4mila insegnanti e lavoratori della scuola. Sono le categorie professionali interessate da alcune norme in materia di pensioni, contenute nella riforma della pubblica amministrazione, cioè il Decreto Pa che ormai sta per essere convertito in legge (il termine per approvazione definitiva è fissato per il 24 agosto ma è probabile che l'iter in Parlamento si chiuda prima della pausa d'estate). Ecco, di seguito, una panoramica dei cambiamenti all'orizzonte.

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IN PENSIONE D'UFFICIO

I dipendenti pubblici che hanno raggiunto la soglia dei 62 di età potranno essere messi in pensione d'ufficio, anche senza il loro consenso. Prima, però, devono verificarsi due condizioni. Innanzitutto, alla base del prepensionamento devono esserci delle specifiche esigenze organizzative, per esempio degli esuberi del personale nell'ente per cui il dipendente lavora. Inoltre, per essere messo a riposo, l'impiegato statale deve aver maturato comunque i requisiti minimi previsti per la pensione anticipata, cioè 41 anni e 6 mesi di servizio per le donne e 42 anni e 6 mesi per gli uomini. Nel calcolo del precorso di carriera, verranno conteggiati anche i giorni di sciopero, i congedi matrimoniali e i periodi di maternità facoltativa.

LE ECCEZIONI

Il pensionamento “forzato” d'ufficio riguarderà anche i magistrati, che tuttavia godranno di una soglia di uscita più alta, fissata a 70 anni. Un trattamento particolare è previsto anche per i professori universitari e i medici del servizio sanitario nazionale, che potranno essere messi a riposo d' ufficio non prima dei 65 anni.

INSEGNANTI

Uno dei provvedimenti più attesi, tra quelli contenuti nella riforma della Pa, riguarda i cosiddetti esodati della scuola, che finalmente potranno andare in pensione a settembre. Si tratta di circa 4mila persone, tra insegnanti e personale didattico-amministrativo, che sono rimasti beffati dalla riforma Fornero del dicembre 2011. Quando fu approvata quella legge, molti insegnanti avevano già il diritto a mettersi a riposo con i vecchi requisiti previdenziali, cioè con la cosiddetta quota 96. Si tratta di una soglia di accesso al pensionamento, in vigore fino al 2012, che permetteva di ritirarsi dal lavoro non appena la somma dell'età e degli anni di carriera del dipendente superava appunto il livello di 96. Era cioè possibile andare in pensione con 61 anni all'anagrafe e 35 di servizio, oppure con 60 anni di età e 36 di carriera.

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Nel dicembre del 2012, queste regole vennero però cancellate di colpo dalla riforma Fornero anche se circa 4mila dipendenti del settore dell'istruzione avevano già presentato la domanda di pensionamento ma erano ancora impegnati a completare l'anno scolastico, il cui termine era previsto ovviamente nell'agosto successivo. Dopo essere rimasti forzatamente in servizio per due anni, ora anche gli esodati della scuola potranno ritirarsi dal lavoro con le vecchie regole, grazie all'approvazione di un emendamento al Decreto Pa.

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