Lavoro

Pensioni, quanto si perde con l'Ape

Mettersi a riposo tre anni e 7 mesi prima del previsto costa caro, sia per i tagli sull'assegno che per la perdita di contributi preziosi

Pensionati-Ape

Andrea Telara

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Meglio andare in pensione prima con un assegno tagliato o stare al lavoro più tempo, in attesa di una rendita più alta? Ecco il dilemma che probabilmente, a partire dal prossimo gennaio, assillerà parecchi italiani nati tra il 1951 e il 1954, cioè di età compresa tra 63 e 66 anni circa. Nel 2017, come sa bene chi ha seguito le cronache politiche delle ultime settimane, debutterà finalmente l'Ape (anticipo di pensione) il meccanismo che consente di mettersi a riposo dal lavoro prima del previsto, cioè senza aver superato soglia dei 66 anni e 7 mesi previsti dalla legge Fornero.


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Nello specifico, dal prossimo anno si potrà andare in pensione anche a 63 anni, con un anticipo massimo di 3 anni e 7 mesi. Per beneficiare di questa finestra di uscita, però, bisognerà ricorrere allo strumento del prestito previdenziale. Tramite l'Inps, il lavoratore dovrà chiedere un finanziamento a un istituto di credito, il quale anticiperà le mensilità di pensione che spettano prima di aver compiuto i 66 anni e 7 mesi, cioè senza aver raggiunto l'età pensionabile prevista dalla Legge Fornero. Una volta messosi a riposo, il pensionato restituirà il finanziamento ricevuto nell'arco di 20 anni, con una trattenuta sull'assegno Inps applicata come fosse la rata di un prestito. Proprio a causa di questa rata, la pensione ottenuta con l'Ape sarà ben più bassa di quella che sarebbe maturata attorno ai 66 anni. Non si sa ancora bene a quanto ammonteranno i tagli ma, a rigor di logica, per restituire nell'arco di un ventennio quei 2 o 3 anni di mensilità anticipate occorre subire una trattenuta sulla pensione tra il 5 e il 25%, a seconda dei casi (chi va in pensione prima, attorno ai 63 anni, viene penalizzato ovviamente di più rispetto a chi anticipa l'uscita di pochi anni o mesi, cioè dopo aver compiuto i 64 o 65 anni).


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Ma c'è un altro aspetto legato all'Ape, di cui si parla poco in questi giorni e che rischia di finire in secondo piano, pur essendo molto importante. Chi si ritira dal lavoro prima del previsto, oltre a subire il taglio dell'assegno causato dalla rata del prestito, deve anche mettere in conto gli effetti del mancato versamento dei contributi nella fascia di età tra i 63 e i 66 anni e 7 mesi. Oggi, infatti, tutti gli assegni previdenziali vengono calcolati (almeno per l'ultima parte della carriera) con il metodo contributivo, cioè in base a quanto versato all'Inps nel corso della vita lavorativa. Chi si ritira in età più avanzata ed effettua un numero maggiore di accantonamenti previdenziali, dunque, avrà una pensione più corposa.


Un caso concreto

Ecco di seguito un esempio concreto: per un lavoratore che guadagna 24mila euro lordi all'anno, cioè circa 1.500 euro netti al mese, la quantità di contributi pensionistici versata annualmente è pari a quasi 8mila euro. Chi anticipa la pensione di 36 mesi, dunque, rinuncia ad accantonare ben 24mila euro di contribuzione (8mila per tre anni), che sarebbe invece finita all'istituto della previdenza, nel caso di un'uscita ritardata dal lavoro. Questo tesoretto avrebbe garantito a 66 anni circa 100 euro lordi in più di pensione al mese (70-75 euro al netto delle tasse). Di conseguenza, considerando tutte le controindicazioni che ci sono, tra le rate del prestito previdenziale e i mancati contributi che abbassano la pensione, è probabile che molti lavoratori rispondano senza dubbi all'interrogativo di partenza: meglio stare al lavoro qualche anno in più e rinunciare all'Ape, piuttosto che ricevere dall'Inps un assegno molto meno corposo del previsto.


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