Lavoro

Pensioni, perché il governo vuole bloccare l'età di uscita dal lavoro

Si fa strada l’ipotesi d eliminare il legame tra la previdenza e aspettative di vita della popolazione . Ma a pagare saranno le generazioni future

Pensioni: 'I conti non tornano', al via mobilitazione Cgil

Andrea Telara

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Non solo quota 100, Opzione Donna e pensioni di cittadinanza. Tra le misure che il governo intende adottare in materia di previdenza, c’è pure la possibile eliminazione del legame tra l’età di uscita dal lavoro e le aspettative di vita della popolazione. E’ un’ipotesi che si fa strada dopo che il ministro del Lavoro e vice-premier, Luigi di Maio, ha incontrato alcuni comitati di lavoratori che hanno già 41 anni di contributi alle spalle ma non possono ancora mettersi a riposo perché non hanno raggiunto l’età minima di pensionamento: né quella prevista dalla Legge Fornero (67 anni), né quella che verrà introdotta nel 2019 con la cosiddetta quota 100 (62 anni all'anagrafe, con 38 di contributi). 

Crescita automatica 

Per accontentare questi lavoratori e tutti gli altri che sono in età molto avanzata, il governo sta dunque pensano di correggere il meccanismo che oggi fa slittare periodicamente in avanti l’età  pensionabile. Secondo le regole attuali, introdotte nel 2010 da governo Berlusconi, la soglia di uscita dal lavoro in Italia sale di pari passo con le speranze di vita della popolazione. Poiché quest’ultima cresce, grazie fortunatamente ai progressi della medicina, anche l’età pensionabile si muove nella stessa direzione, a un ritmo di circa 3 o 4 mesi ogni quadriennio. 

Nel 2019, per esempio, l’età della pensione di vecchiaia dovrebbe salire dagli attuali 66 anni e 7 mesi a 67 anni. I requisiti per la pensione anticipata, che matura una volta raggiunta una determinata quantità di contributi indipendentemente dall’età anagrafica, scatteranno invece nel 2019 con oltre 43 anni di carriera contro i 42 anni e 10 mesi di oggi (indipendentemente) dall’età. Ora, però, il governo Conte sembra intenzionato a cambiare di nuovo le regole. Di sicuro introdurrà una nuova finestra di pensionamento a 62 anni di età con 38 anni di contributi (la quota 100), che affiancherà le altre due già esistenti e previste dalla Legge Fornero. 

Il conto delle spese

Inoltre, potrebbe essere appunto eliminato (ma il condizionale è d’obbligo), il meccanismo automatico di adeguamento dell’età di uscita dal lavoro alle speranze di vita della popolazione, certificate periodicamente dall’Istat. Se così fosse, la soglia della pensione di vecchiaia resterebbe a 66 anni e 7 mesi anche nel 2019 e quella della pensione anticipata a 42 anni e 10 mesi. Nel breve periodo, i costi di questa misura sarebbero senza dubbio limitati. Gli effetti più sigificativi, però, si verificherebbero nel lungo termine.

 Il legame tra le aspettative di vita e l’età pensionabile, infatti, non è stato introdotto certo a caso, ma con uno scopo ben preciso: rendere la spesa previdenziale italiana strutturalmente sostenibile nei prossimi decenni, visto che già oggi è la voce che pesa di più sul bilancio pubblico. Con la popolazione che diventa sempre più anziana, bisogna essere lungimiranti. Altrimenti si rischia di scaricare tutti i costi del welfare sulle generazioni future. 

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