Pensioni: contributo di solidarietà o beffa?

La Consulta prima ha bocciato la trattenuta ai dipendenti pubblici, poi quella ai pensionati. Ora paga solo chi sta sopra i 300 mila euro

Marco Cobianchi

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La «costituzione più bella del mondo» impedisce di applicare un contributo di solidarietà ai pensionati «ricchi», ma consente di ridurre le pensioni per quelli «poveri» e di aumentare le tasse sul reddito dei dipendenti «ricchi» privati e pubblici. È il risultato dell’applicazione della dottrina della solidarietà ai redditi degli italiani. L’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, nel 2011, chiese di essere solidali ai dipendenti, pubblici e privati, che guadagnavano più di 300 mila euro lordi imponendo loro il versamento del 3 per cento in più di tasse per il 2011, 2012 e 2013. Prelievo confermato. Invece nell’autunno del 2012 la Consulta aveva bocciato lo stesso tipo di prelievo sui soli dipendenti pubblici con redditi oltre 90 mila euro. Passiamo ora al capitolo pensioni.

Nei giorni scorsi la Corte costituzionale ha bocciato il prelievo sulle «pensioni d’oro», sia pubbliche sia private, perché in contrasto con gli articoli 3 e 53 della Costituzione. La tassa (5 per cento su chi incassa più di 90 mila euro, il 10 per cento oltre 150 mila e il 15 per cento oltre i 200 mila) dovrà essere restituita. E verrà restituito anche il prelievo applicato da alcune casse pensionistiche private ai propri iscritti, come per esempio quelle dei commercialisti, dei ragionieri e dei giornalisti.

In definitiva i pensionati ai quali la legge impone di essere solidali sono quelli che ogni mese prendono almeno 1.400 euro lordi, circa 1.200 netti, ai quali non è applicata la rivalutazione automatica al costo della vita. Domanda: perché i pensionati ricchi non devono essere solidali e i pensionati poveri sì? Semplice: ai pensionati ricchi non si può togliere, ma ai pensionati poveri si può non dare. Quindi la legge è salva. 

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