Lavoro

Pensioni, perché è così difficile cambiare la riforma Fornero

Il presidente dell'Inps e i sindacati premono per la flessibilità in uscita. Ma, guardando ai numeri, non sarà facile accontentare le loro richieste

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Andrea Telara

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Circa 30 miliardi di euro di maggior spesa ogni anno. E' il calcolo fatto dalla Corte dei Conti sugli effetti delle riforme previdenziali attuate il Italia dal 2007 in poi: non soltanto quella ideata nel 2011 da Elsa Fornero, ministro del welfare del governo Monti, ma anche quella voluta dal suo predecessore, Maurizio Sacconi. Se non ci fossero stati tutti questi interventi, la spesa pubblica italiana sarebbe superiore di circa 2 punti percentuali del pil rispetto a quella odierna. Leggendo i numeri dei magistrati contabili, dunque, ben si capisce perché il governo guidato da Matteo Renzi stia temporeggiando così tanto prima di prendere una decisione in materia di previdenza, nonostante diverse promesse e proclami del premier.


Questione di numeri

Già dallo scorso anno, in vista dell'approvazione dell'ultima Legge di Stabilità, il presidente del consiglio si è infatti dichiarato disponibile (almeno a parole) ad ammorbidire le regole della Legge Fornero, una riforma che ha alzato notevolmente l'età pensionabile, portandola (seppur con qualche eccezione) sopra i 66 anni. Per i sindacati e per il presidente dell'Inps, Tito Boeri, si tratta di una soglia anagrafica troppo alta che, nel breve periodo, ingessa il mercato del lavoro e impedisce il ricambio generazionale nelle aziende, cioè l'ingresso dei giovani al posto degli anziani. Tutto giusto, almeno in teoria, se non fosse per il fatto che un abbassamento dell'età pensionabile, in qualunque modo venga attuato, pare destinato a scontrarsi con i vincoli di bilancio che l'Europa impone all'Italia.


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Per ammorbidire la Legge Fornero, per esempio, Boeri ha proposto da tempo una sua riforma, che prevede la possibilità di andare in pensione a 63 anni e 7 mesi (anziché a 66 anni e 7 mesi) accompagnata però da un taglio progressivo agli assegni Inps di chi si congeda dal lavoro prima dei 66 anni. Inoltre, Boeri vorrebbe introdurre un contributo di solidarietà sulle pensioni più alte, in modo da non gravare troppo, con le sue proposte, sui conti dello stato.


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I sindacati, invece, si spingono ancora più avanti del presidente dell'Inps e vorrebbero addirittura mandare in soffitta definitivamente la riforma Fornero, abbassando l'età pensionabile senza neppure introdurre le penalizzazioni previste da Boeri, che giudicano troppo severe. Anche queste posizioni, però, rischiano di arenarsi di fronte ai numeri. Qualunque soluzione venga adottata, infatti, ammorbidire la Riforma Fornero significa necessariamente per il governo aumentare la spesa pubblica nel breve periodo. Mandare la gente in pensione a 63 anni, anche se con delle penalizzazioni consistenti, vuol dire infatti dover pagare degli assegni Inps a migliaia di persone che, con le regole attuali, sono invece costrette a rimanere al lavoro.


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Ovviamente, il governo può scegliere nel contempo di tagliare la spesa in altri capitoli, anche se non vanno dimenticati due aspetti. Innanzitutto, il governo Renzi ha già dimostrato di non essere particolarmente deciso nell'attuare la spending review, cioè la revisione di tutte le voci di costo che gravano sul bilancio dello Stato. Inoltre, la soluzione proposta da Boeri di mettere un contributo di solidarietà sulle rendite previdenziali più alte è già stata attuata in passato (seppur in forma diversa) e si è scontrata con sentenze sfavorevoli della Corte Costituzionale, che ha voluto difendere i diritti acquisiti, anche quelli dei pensionati d'oro. Fatte tutte queste premesse, si capisce perché cambiare la legge Fornero è oggi così difficile benché in molti, da un paio d'anni a questa parte, vadano dicendo di volerla modificare il prima possibile.


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